Avanti della domenica

N. 24 del 25 luglio 2010

Leonardo Scimmi - Andare in Spagna per fare l’avvocato in Italia
mercoledì 21 luglio 2010



Posto che oggi il mestiere di avvocato, ed ancor più quello di praticante avvocato, integra in tutti gli aspetti la fattispecie di un rapporto di lavoro subordinato, almeno per i primi anni di carriera, sarebbe necessaria una riforma seria e radicale del settore relativo alla formazione – retribuzione - assicurazione obbligatoria infortuni e disciplina per l’ acquisizione del titolo professionale dei praticanti avvocati.
Oggi migliaia di praticanti avvocati, stanchi delle lungaggini, delle opacità, delle ingiustizie di un esame di Stato spesso caratterizzato da profili di anti – concorrenzialità (se si pensa che sono gli avvocati ad esaminare i futuri avvocati e presto competitori in un mercato ultra saturo), ebbene, questi praticanti esasperati sono costretti ad andare in Spagna – spesso sollecitati da agenzie private – per vedere riconosciuto loro un titolo professionale, valido poi in tutta Europa.
E’ un’esperienza culturalmente interessante, apre gli orizzonti di una professione – quella legale – spesso ferma al medioevo, con caratteri di corporazione, spesso di provincialità nazionalista – e la cosiddetta “via spagnola” è forse piu’ un bene che un male.
Resta tuttavia una scelta forzata, perché la professione non è regolata secondo canoni moderni e fondati sulla efficienza.
La stessa università, la formazione, è fondamentale – ed è ferma, per quanto riguarda il diritto, allo studio eterno del diritto romano, su cui già Gassman, nei panni di Bruno Cortona ne Il Sorpasso, ironizzava motivatamente..”capirei studiare diritto spaziale... i terreni sulla luna, sono lottizzabili?”.
Università non al passo coi tempi, esami di stato per attribuire un titolo (non un posto di lavoro) lunghi più di un anno, anticoncorrenziali e non meritocratici, rappresentano solo una parte del male che attacca la professione di avvocato.
Resta infatti la piaga del praticantato – obbligatorio per legge – non retribuito, per legge anch’esso.
Ore di lavoro, più di 50 a settimana – non retribuite ed accettate dal praticante come un nobile sacrificio in vista del guadagno futuro.
Solo che questo guadagno oggi è più che mai aleatorio, spesso irrealizzabile.
Ammesso e non concesso che si possa lavorare oggi per guadagnare domani, oggi questa eventualità è resa improbabile da un mercato saturo perché nessuno lo ha regolato e reso in piu’ ultra competitivo dalla formazione di studi legali internazionali che pongono le loro sedi in tutti i Paesi del mondo reclutando manodopera di concetto e sbaragliando la concorrenza della piccola bottega (come le catene dei supermercati).
In questo contesto, pertanto, si dovrebbe rivedere tutta la disciplina del settore della formazione – regolata spesso da norme degli anni ’30, e considerare che il lavoro, in ogni sua forma, deve essere retribuito, che i titoli professionali e gli Albi non possono rappresentare una barriera a chi si deve guadagnare la vita e che, fenomeno contingente ma esistente, costringere migliaia di praticanti avvocati a cercare di conseguire il titolo professionale in Spagna non è l’atteggiamento di uno Stato responsabile.
E’ il sintomo di un male esistente, diffuso e pernicioso, che va curato dal Parlamento, e non additato al pubblico ludibrio.