Giuseppe Miccichè
Nei confronti di Berlusconi l’opinione pubblica appare oggi nettamente divisa. Da una parte si afferma infatti che il Cavaliere non è più al centro della scena, non interessa più come negli scorsi 18 anni, appartiene ormai a un passato che non può tornare. Dall’altra parte si controbatte che non è affatto tramontato, ma continua ad essere il pilota di uno schieramento politico elettoralmente non sconfitto, che al momento opportuno si impegnerà per tornare a vincere.
Nell’immediato una cosa appare certa. L’evoluzione del quadro politico nazionale ha portato l’ex presidente del Consiglio fuori dalla cabina di pilotaggio. Se per sempre o solo momentaneamente sarà però il tempo a dirlo.
Comunque vadano le cose, in attesa del momento in cui gli elettori saranno chiamati alle urne e dovranno fare le loro scelte, alle forze di progresso si impone un dovere: indicare contenuti e modalità di attuazione di interventi ritenuti indispensabili per raddrizzare i vario settori della vita nazionale.
Tante volte abbiamo sentito i leader parlare di alleanze, confermare (magari dopo la foto di gruppo) la disponibilità alla convergenza, ma i mesi, anzi gli anni si sono succeduti e attendiamo ancora di conoscere il “programma di governo”.
Nuovi rinvii potrebbero preparare brutte sorprese nell’elettorato. Ascoltino i leader l’appello che sale dalla base e s’impegnino in un lavoro assolutamente necessario. I problemi su cui si attendono parole chiare non sono pochi.
Di particolare rilievo è sicuramente quello del Meridione, meritevole di grande attenzione e sul quale gli interventi di approfondimento non saranno mai sprecati.
Qui vogliamo occuparci espressamente del “problema Sicilia” che da sempre ne costituisce una componente molto importante e che oggi si presenta con caratteri di estrema gravità.
Appaiono ormai molto lontani gli anni nei quali l’incontro tra pressioni politiche e sindacali dal basso e risposte positive di governo sortì un importante avanzamento che riguardò il settore agricolo e quello industriale. Il primo raggiunse posizioni di primo piano sotto l’aspetto del rinnovamento colturale e del volume della produzione, l’altro si modernizzò e irrobustì grazie alla valorizzazione delle risorse del sottosuolo.
A quel periodo sono seguiti anni di malgoverno, incuria, clientelismo, sprechi, coi quali sempre più è stato tradito lo spirito originario dell’autonomia, fino all’ultimo scorcio del ‘900, quando la situazione è precipitata con la dismissione frequente di attività agricole e industriali che avevano svolto una funzione di rinnovamento e di traino.
Oggi la Sicilia vive in una condizione disperata che fa molto temere per l’avvenire.
I dati ISTAT ne danno un ritratto nel quale risaltano il numero estremamente elevato di senza lavoro (si pensi in particolare ai giovani e alle donne!!), la carenza di investimenti pubblici e privati, gli effetti della concorrenza sul piano commerciale, il grado di penetrazione dei gruppi mafiosi, il livello di corruzione, la sfiducia nei confronti della classe politica e dei partiti.
Lo sciopero dei camionisti, degli agricoltori, dei commercianti, dei pescatori, dei benzinai, ecc., svoltosi recentemente con forme di radicalizzazione estrema, e i cortei di consumatori, lavoratori e studenti hanno espresso una situazione di crisi ed evidenziato una esasperazione popolare che invocano misure urgenti e risolutive e non semplici rattoppi, se non si vogliono registrare danni irreparabili.
Le forze di progresso devono approfondire questa situazione, e indicare gli interventi immediati e di lungo periodo che ritengono necessari per risollevare l’isola dalla caduta, denunziando con sano spirito critico e autocritico responsabilità altrui e proprie nel determinarla.
Definiranno così un importante capitolo del “programma riformista” in vista dell’assunzione diretta dell’Esecutivo, e potranno dare nell’immediato un contributo di idee e di proposte sicuramente preziose per l’attività dei governi operanti a Roma e a Palermo.