Alberto Benzoni
Verso il 2013. Non oltre. In altre parole ci occupiamo qui di come i partiti intendono prepararsi alle prossime elezioni politiche; e non di cosa intendano fare dopo.
Una prospettiva oggi molto confusa e incerta; soprattutto perché i nostri partiti non hanno capito, o comunque non riescono ad accettare il fatto che, dopo l’esperienza Monti, nulla potrà più essere come prima. Ma di ciò che dovrebbe essere avremo ampio modo di discutere. Limitiamoci allora a cercare di capire cosa sta accadendo qui e oggi, a cominciare dall’atteggiamento nei confronti del governo.
Sotto questo profilo, gli schieramenti usciti dalle elezioni del 2008 con una propria rappresentanza parlamentare, si misurano oggettivamente con diverse opzioni. Sostenere il governo senza riserve? Sostenerlo entro certi limiti tenendo aperte le strade del disimpegno e del’opposizione? Scegliere qui e ora la via dell’opposizione?
Detto in altro modo puntare sulla “rendita di governo” o su quella dell’opposizione?
Su questo punto il centrodestra si trova di fronte a difficoltà tanto gravi da apparire, allo stato, insormontabili. Per un verso infatti la sua rendita di governo (cioè i vantaggi che gli possono derivare dal sostegno al governo tecnico) è, diciamo così, di segno negativo; mentre, per altro verso, l’ipotesi di “stacco della spina” è rischiosa ai limiti dell’impraticabilità.
In chiaro, l’attivismo impressionante del governo tecnico e i suoi successi (non importa qui se d’immagine o di sostanza) rappresentano altrettante ferite per la leadership berlusconiana. E per almeno tre motivi: per i paragoni impietosi rispetto alla sua precedente esperienza di governo (per citare un dato banale, più di trecento leggi inutili abolite in colpo solo; quante ne ha eliminate, in più di tre anni e mezzo, il semplificatore Calderoli?); per i sacrifici e più ancora per la caduta d’immagine e di potere in ceti e gruppi che facevano parte del blocco sociale di centro-destra e che questo oggi non appare in grado di difendere; e infine e soprattutto perché ogni giorno che passa il Pdl tende a sfaldarsi all’insegna del “si salvi chi può” individuale e collettivo e in direzioni opposte.
E però aprire la crisi è una via d’uscita senza sbocchi e con ricadute pesantemente negative per il Paese in generale e per lo stesso Berlusconi in particolare. In un contesto in cui il Nostro può forse essere consapevole del primo dato (concediamoli il beneficio del dubbio) ma è certamente molto sensibile al secondo perché sa benissimo che l’esito delle elezioni dopo una crisi provocata dal Pdl sarebbe catastrofico; e sa anche che la riproduzione dell’asse Berlusconi-Bossi darebbe luogo ad una minoranza populista, anti istituzionale e antieuropea di cui lo stesso Bossi (o, chi per lui ) sarebbero gli unici autentici rappresentanti. L’unica linea a disposizione è allora quella di guadagnare tempo; lucrando nei confronti del governo e del Pd sulla propria rendita di posizione parlamentare. Vedremo tra poco cosa ciò significhi, soprattutto in termini di riforma elettorale. Per venire ai problemi del Centro e del Pd.
Sul primo poco o nulla da dire; perché, comunque vadano le cose, la sua rendita di governo è consistente e anche in crescita. E non solo perché dalla sua parte è il fantasma della prima repubblica; quando lo stesso Centro era il punto di riferimento di ogni possibile combinazione. Ma anche perché può avvalersi (senza particolari meriti …) del “nuovo che avanza”, identificandosi, senza riserve, con una esperienza di governo che, agli occhi della gente, ha il pregio di superare le vecchie categorie del bipolarismo e della netta distinzione tra destra e sinistra.
Sul Pd ci sarebbe invece molto da dire a partire dalla totale nebbia che lo avvolge e che riguarda le sue alleanze future (con Vendola e Di Pietro i canali rimangono aperti, ma rimane all’ordine del giorno anche l’alleanza con il Centro) ma anche le sue proposte in materia di economia o di legge elettorale.
L’impressione è che Bersani, come Berlusconi, voglia guadagnare tempo; anche se in un’ottica esattamente opposta a quella del Cavaliere. Quest’ultimo cammina sull’orlo di due baratri; il leader Pd è, invece, convinto che l’evoluzione della situazione giuochi a suo favore. Perché, oggi, l’appoggio al governo rientra in quello schema togliattiano di unità nazionale che fa parte del Dna comunista; e perché,domani, la sinistra di governo sarà il punto di caduta dell’esperienza Monti rendendo il Pd parte centrale di qualsiasi soluzione politico-elettorale.
C’è, certo, il pericolo di una perdita di consensi per la “politica antipopolare del governo dei banchieri” ,ma è nel contempo molto probabile che lo sbocco di questa protesta sia il non voto piuttosto che la crescita di una sinistra sempre più confinata nella sua dimensione parolaia.
Una scommessa corretta? Per capirne, insieme, qualcosa, occorre interrogarsi sul sistema politico che uscirà dalla conclusione dell’attuale esperienza di governo.