Avanti della domenica

N.4 del 5 febbraio 2012

Bisogna tornare a chiedersi cosa significa essere italiani oggi
Maurizio Ballistreri - Lega. Il tricolore un simbolo da riscoprire
mercoledì 1 febbraio 2012

Maurizio Ballistreri

Le manifestazioni in piazza del Partito socialista a difesa della Bandiera tricolore, contro il becero leghismo, che hanno subito l’inopinato intervento della Polizia di Stato, si pongono sul piano del gesto morale, in una logica di continuità con la straordinaria perfomance di Roberto Benigni sull’Inno di Mameli al Festival di Sanremo dell’anno passato. Sono gesti, in linea con gli appelli all’Unità della Nazione lanciati dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che suscitano consapevolezza tra i cittadini italiani sul valore della coesione del Paese, contro la becera propaganda parasecessionista della Lega dai toni “austricanti”, il nome attribuito dai patrioti risorgimentali agli italiani collaborazionisti degli Asburgo nel Lombardo-Veneto, a cui fanno da controcanto nel Mezzogiorno nostalgie borboniche.
E così, dopo un secolo e mezzo, l’Italia è ancora un Paese diviso. Abbiamo anche noi il nostro apartheid: tra Nord e Sud, tra destra e sinistra (essenzialmente attorno alla figura di Berlusconi), tra laici e cattolici, tra sindacato e impresa e tra gli stessi sindacati.
D’altronde, non è chiaro cosa si intenda oggi per “identità nazionale”. Entrambi i termini, identità e nazione, sono ambigui e polisenso, utilizzati con significati diversi e per celebrare senza reticenze il 150°, e non si può eludere la questione: chiedersi cosa significhi essere italiani oggi.
Siamo un Paese segnato da differenze profonde. Tra Nord e Sud, tra una regione e l’altra, tra una provincia e l’altra, tra una città e l’altra, tra un quartiere e l’altro. Difficile trovare un Paese attraversato da altrettante diversità culturali, di gusto, costume, stili di vita e lingue. Per non parlare delle differenze di opinione e di fede. L’Italia storicamente terra di conflitti profondi, con guerre civili: politiche e religiose, tenuta assieme per reazione alla paura di cosa potrebbe succedere “se cessiamo di essere una nazione”, come recita il titolo di un celebre saggio del politologo Gian Enrico Rusconi pubblicato nel 1992.
E al tema dello scarso sentimento nazionale degli italiani è collegato quello della patria. Ernesto Galli della Loggia ha parlato di “morte della patria” a seguito delle complesse vicende della Resistenza, dell’antifascismo e della Repubblica e qualcuno ne ha anche individuato la data: l’8 settembre 1943, con l’armistizio di Badoglio e la successiva fuga del re a Pescara. Ma già nei mesi precedenti, dallo sbarco anglo-americano al bombardamento di Roma, gli italiani avevano mostrato di non saper opporre ai rovesci nazionali un sentimento di unità. I partigiani che diedero vita alla Resistenza e alla lotta di liberazione furono una minoranza illuminata contro l’occupazione nazifascista del Nord d’Italia e il “governo-Quisling” della Repubblica sociale; come, d’altronde, lo stesso Risorgimento fu concepito da élites aristocratiche e borghesi, prima di divenire movimento popolare.
E la prima esperienza repubblicana nel dopoguerra, ha visto i partiti di massa confrontarsi (e scontrarsi) tra opposte lealtà non nazionali: da una parte al comunismo, dall’altra all’atlantismo o al Vaticano, con il tema della patria o della nazione ritenuti appannaggio del revanscismo neofascista.
Forse, il nostro recente europeismo è motivato proprio dal nostro minore attaccamento, rispetto ad altri popoli del continente, al nostro Paese e alle sue tradizioni: forse ancora oggi ha senso l’esigenza posta da Massimo d’Azeglio (anche se qualcuno attribuisce la frase a Cavour), “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.
E per superare il pessimismo insito nella frase di d’Azeglio, con il connesso pregiudizio antimeridionale, sarebbe necessario stimolare il senso patriottico negli italiani, a cominciare dai simboli, la bandiera tricolore esposta non solo sui palazzi pubblici, ma ovunque, e l’inno nazionale cantato sempre prima di ogni occasione di incontro pubblico, sino ad uno studio effettivo a scuola della nostra storia e dei nostri comuni valori culturali.
E se qualcuno preferisce la fantomatica Padania, è sempre in tempo per andare via dalla nostra Nazione, della quale la tradizione socialista è parte costituente: se il Partito socialista nasce nel 1882, ventuno anni dopo la nascita dello Stato italiano, nuclei socialisti organizzati erano già presenti all’atto dell’unificazione e molti dei protagonisti di quella straordinaria vicenda, umana e politica, si ispirano al socialismo, a partire da Giuseppe Garibaldi, “l’Eroe dei Due Mondi”.