Avanti della domenica

N.16 del 24 aprile 2011

Dopo il disastro di Fukushima
Giovanni Colais - Fallout di diffidenza sul nucleare
mercoledì 20 aprile 2011

Giovanni Colais

Nielsen Italia ha recentemente pubblicato sul proprio sito, una ricerca sull’impatto mediatico generato nel nostro Paese dal disastro giapponese di Fukushima, fornendoci così una diversa visuale dell’evento. Un primo dato, riguarda il volume delle discussioni sul web italiano relativi al nucleare, nei giorni immediatamente successivi la fuoriuscita di materiale radioattivo dalla centralea.
In poco meno di una settimana si è passati da una media di 144 messaggi al giorno, prima della tragedia, a più di 4000. Anche tenendo conto di una base di partenza piuttosto alta, a causa sia del piano governativo di ripristino di nuovi reattori che dell’imminente referendum, questa esplosività di interventi ha del clamoroso.
Normalmente a fronte di calamità naturali siamo abituati a martellamenti mediatici consistenti, che durano qualche giorno e poi scompaiono dall’attualità. In questo caso quello che colpisce è il volume dei contributi offerti e la loro durata nel tempo. Le cause vanno ricercate, in minima parte, sull’attuale contrapposizione politica inerente la scelta nucleare, tra maggioranza e alcuni settori dell’opposizione e tra nuclearisti ed ecologisti. La motivazione principale credo stia nella novità che questa calamità ha innescato, ovvero la convinzione maturata nella popolazione, che non esiste nessuna assicurazione, né tecnologica né organizzativa, in grado di porre un argine a futuri disastri nucleari. La gente è stata colpita dalle agghiaccianti immagini provenienti dal Giappone, ma ha ben distinto tra le devastazioni del terremoto e del conseguente tsunami, da quanto accaduto nella centrale di Fukushima. L’opinione pubblica sa perfettamente che le catastrofi naturali, per definizione, non dipendono dagli uomini, ma costruire centrali atomiche in zone sismiche, sul mare e con muri di protezione dall’acqua inadatti, dipende da scelte politiche, e come tali vanno considerate errori umani. In più l’inadeguatezza nella gestione degli eventi, successivi al mancato raffreddamento dei reattori, hanno definitivamente intaccato la fiducia nella capacità umana di arginare sciagure, da noi stessi generate. Se poi tutto questo accade in un Paese, tra i più sviluppati e tecnologicamente preparati al mondo, l’equazione che ne deriva è: cosa sarebbe successo in Nazioni meno attrezzate?
La sintesi finale ci porta a dire che la sicurezza assoluta nell’opzione nucleare non esiste, e questo ci costringe a ripensare e ridiscutere sull’opportunità di questa scelta. Un secondo elemento interessante dell’indagine della Nielsen, riguarda lo scontro tra i due schieramenti di favorevoli o contrari al nucleare. Anche dopo l’incidente, il numero di messaggi con atteggiamento positivo verso il nucleare, rimane un quarto rispetto a quelli con posizione negativa, ma aumentano le percentuali, 11% favorevoli, 43% contrari, 46% senza opinione. La ragione di questa alta quota di astenuti va probabilmente ricercata, nella mancanza di conoscenze tecniche adeguate, che non consentono, ad una gran parte delle persone, di esplicitare il proprio  pensiero. Un riscontro definitivo sulla risposta dei cittadini, alla questione in esame, lo conosceremo soltanto il giorno successivo al referendum.
Un ultimo titolo dello studio, esamina lo spostamento delle discussioni da tematiche di rilievo generale, ad argomenti più funzionali e vicini agli interessi dei singoli, infatti i temi della sicurezza e della radioattività prevalgono rispetto a quelli economici, sociali e di impatto ambientale. Quest’ultimo dato è chiaramente figlio dell’enorme effetto mediatico generato dalla catastrofe nipponica, ma credo e mi auguro che anche nel futuro, il tema della sicurezza, resterà centrale nei dibattiti sulla questione nucleare.