Ho l’impressione che Luca Cefisi (Basta welfare, il socialismo è morto, Avanti della Domenica, 5 maggio 2010) tenda a costruirsi dei nemici di comodo. E’ un’antica tecnica della retorica che serve a conquistare la passione della piazza ma è del tutto inutile per condurre riflessioni sulle azioni da compiersi e rilanciare il movimento socialista. Che il welfare europeo fosse in linea di collisione con i bilanci degli Stati, non fosse altro per i mutamente demografici in atto nelle società occidentali, è cognizione generale dalla fine degli anni ’80 del Novecento almeno. Che il mantenimento degli alti livelli di tassazione necessari a finanziare il welfare storico, quello “dalla culla alla tomba”, fossero incompatibili con la sensibilità dei cittadini e con i sistemi economici, è altrettanto noto. Non a caso, già trent’anni fa, in ambito socialista, si era preso a parlare di welfare community, d’individuazione di un numero ristretto di bisogni veri ai quali offrire servizi concreti, della necessità di non avallare una sorta di lassismo di massa del “tutto è dovuto”. Ricordo che quindici anni or sono Tony Blair sforbiciava gli assegni di disoccupazione per limitare quel settore della popolazione inglese che dell’esser disoccupato aveva fatto una professione retribuita. E ricordo, a livello simbolico, l’invio ai giovani disoccupati di una sveglia. Messaggio chiaro: alzatevi e cercate un lavoro. La crisi finanziaria di oggi non fa altro che rendere più drammatica la situazione e rischia, nell’emergenza, di far compiere scelte “un tanto al chilo”. Cefisi non sbaglia quando sottolinea la necessità di regolare i mercati economici globali, di contrastare le speculazioni finanziarie, di contenere la rendita per favorire un ciclo di espansione economica. Tutte misure che necessitano di un’autorità politica globale che ancora non si vede. Ha torto se pensa che una nuova, eventuale, espansione economica possa restituirci l’Italia e l’Europa degli anni ’70. Soprattutto in Italia, dove il welfare si è declinato in stato assistenziale e clientelare d’ispirazione catto-comunista, il tema delle opportunità e delle protezioni, della responsabilità individuale e collettiva, è quanto mai cogente. I socialisti – se sapranno costituirsi in movimento a forte carattere progettuale e di proposta politica, unica chance, oggi di sopravvivenza – devono portare nel campo del centrosinistra italiano la consapevolezza che occorre un riformismo forte e senza remore. Occorre liberalizzare e rendere concorrenziali i mercati bancari, assicurativi e delle professioni, quello dei servizi pubblici (incluso quello dell’acqua per ciò che riguarda la gestione). Il tutto a favore e tutela dei cittadini-consumatori che potrebbe recuperare quote di potere d’acquisto per alimentare la ripresa attraverso i consumi. Occorre perseguire con ferocia l’efficienza della pubblica amministrazione, introdurre metodi di valutazione e commisurare le retribuzioni a lavoro reale e merito. I “fannulloni” esistono e occorre stanarli. Le retribuzioni dei dirigenti (mediamente superiore a quella degli omologhi del settore privato che hanno minori protezioni) devono essere giustificate da competenze reali e operatività certificata. Dobbiamo eliminare gli sprechi e le piccole e grandi clientele, le pensioni d’invalidità fasulle per assistere veramente chi ha gravi problemi. Dobbiamo far funzionare – nuovo livello del controllo pubblico – le Autorità che devono garantire il diritto collettivo (e quindi, quello individuale). La lista potrebbe continuare all’infinito (dalla riforma dello Statuto dei Lavoratori verso lo Statuto dei Lavori alla riduzione del peso delle associazioni di categoria nel sottobosco della politica, dal cambiamento in senso efficientista e meritocratico della scuola e dell’università alla semplificazione dell’impalcatura politico-istituzionale e al federalismo fiscale, alla giustizia giusta non disdegnando di appoggiare il progetto dell’attuale governo). Un riformismo forte e senza remore che recuperi risorse dalle distorsioni del sistema per impiegarle nel miglioramento delle condizioni di chi ha meno e concedere opportunità a più cittadini possibili. Un riformismo che tutela il diritto di ognuno ma che chieda a tutti d’impegnarsi responsabilmente per migliorare il sistema.