Silvano Miniati e Silvano Sgrevi
Nell’ipotesi di documento elaborata da Luigi Covatta e Massimo Teodori per un’associazione nazionale della democrazia liberale e socialista si lamenta il permanere della emarginazione delle forze di democrazia liberale e socialista dall’attuale scenario politico.
Una constatazione che non facciamo fatica a condividere anche se è necessario evitare la tentazione di scaricare su altri anche colpe che sono proprie degli esponenti di quell’area.
Va comunque riconosciuto che, al momento di delineare contenuti e contorni di un moderno partito laico e riformista, in grado di far rivivere al proprio interno il meglio delle esperienze di forze di ispirazione marxista, cattolico-democratica, liberale, ecologista, laica e socialista, si impose per scelta sia dei DS che de La Margherita la decisione di ridurre ad un unicum, o meglio a due, la sintesi della grande ricchezza di culture ed esperienze, quella post-migliorista del PCI e quella cattolico-sociale della DC, emarginando se non cancellando di fatto quella laico-socialista e liberale.
Ci fu chi, come Rutelli, operò tenacemente per ridurre al minimo le articolazioni. La sua scelta si basava sulla pretesa, gestita talvolta in modo ricattatorio, di rappresentare tutto quello che non avesse un’origine certificata nel Pci e nel Psi.
Nei DS, per scelta o per paura di compromettere il rapporto con La Margherita, si decise di assegnare al proprio gruppo dirigente la rappresentanza di fatto di socialisti, cristiano-sociali ed ecologisti, che venivano così relegati in un ruolo del tutto marginale.
Ciò fu possibile anche perché gli esponenti di area laica e socialista, partecipanti al progetto, continuarono a cercare di farsi le scarpe tra loro e non esercitarono nessuna attrazione verso coloro che avevano scelto la collocazione “eterea” del non stare né di qua né di là, a tutto vantaggio di coloro che, invece, si erano da subito schierati con Berlusconi.
La prova del mancato funzionamento di questi schemi si ebbe quando si pose il problema della collocazione europea e internazionale del nuovo partito.
Quel “non vogliamo morire socialisti”, con il quale si cercò di impedire, e con successo, un’adesione chiara ed esplicita al PSE, che allo stesso tempo si impegnava a trasformarsi in partito dei democratici e riformisti europei, innescò un processo perverso di condizionamenti e ricatti, che ha influito decisamente nel cambiare la fisionomia del PD, facendone un partito sempre più appannato e, soprattutto, prigioniero di logiche spartitorie nel rapporto con i riformisti ex comunisti e i cattolici. La paura di morire socialisti contribuì a far crescere il pericolo di morire berlusconiani.
Bersani fu legittimamente eletto dopo una consultazione molto seria, ma ha poi esercitato una leadership a sovranità limitata, sottoposto a vigilanza stretta da parte di tanti, troppi, gruppi di potere interni e, soprattutto, del gruppo organizzatosi attorno a Fioroni, autonominatosi custode integerrimo dei valori cattolici.
I segnali che arrivano dalla Germania, dalla Francia e dai laburisti di Midland ci dicono che il riformismo europeo non è affatto morto e che lo spazio per un partito del socialismo europeo in Italia può davvero riaprirsi.
Se è vero che l’Italia ha bisogno dell’Europa, è altrettanto vero che il centro-sinistra in Italia può vincere e governare con successo soltanto se la sua azione ideale e pratica è collocata all’interno di una forte ripresa del riformismo di sinistra laico, socialista e liberale.
Se c’è una speranza di ripresa delle forze di democrazia liberale e socialista, non può che essere cercata in questa prospettiva. Al contrario, tali forze, non avrebbero alcun avvenire né con il centro-destra, né se scegliessero la posizione del “grillo parlante”, che non sta né a destra né a sinistra.
Le prossime elezioni in alcune grandi città possono offrire un’occasione pur modesta per lanciare segnali di un qualche risveglio della voglia di guardare avanti senza rimpianti.
Gli esponenti socialisti e di cultura laica e liberale, che si presentano in liste chiaramente collocate nel centro-sinistra, meritano il nostro appoggio, in quanto la loro presenza chiarisce che la scelta politica di chi si richiama alla cultura liberale e socialista non può che essere alternativa al centro-destra. Il loro successo anche personale, poi, può ridare fiato alla speranza che si riapra una riflessione sulle possibilità di costruire finalmente un partito dei democratici e dei socialisti europei, che al momento appare l’unica prospettiva per la quale valga la pena di spendersi. Questo vale ovviamente per chi pensa di stare in Europa per contribuire a governarla e non si accontenta di ruoli di testimonianza.
Network Sinistra Riformista Italiana