Sono 26 i suicidi nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. Ormai la media è di un morto a settimana. A ciò si aggiunga il fatto che su una capienza massima di circa 46.000 ospiti, ad inizio mese erano presenti negli istituti penitenziari nazionali 67.000 persone, il 30% circa stranieri ed extracomunitari. All’interno del carcere di Poggioreale a Napoli, sono stipati anche 18 detenuti a stanza, i materassi sono buttati a terra perché mancano le brande. Poggioreale ha, ormai, il record della capienza, che spetta alla struttura che ha superato del 50% il limite stabilito dalla legge.
A Padova, per mancanza di posti, è vietata la detenzione in carcere fino alla celebrazione del processo per direttissima. Si utilizzano le celle delle caserme e/o quelle della Questura. Da un colloquio avuto con il direttore regionale del Provveditorato Penitenziario, mi è stato detto che, ormai, non ci si riferisce più alla capienza massima di legge, ma al nuovo concetto della capienza “limite”, oltre la quale è assai concreto il rischio di pericolose rivolte e di vere e proprie epidemie.
Tutto questo mentre è in arrivo il generale estate, per cui nelle carceri meridionali si possono raggiungere anche i 50 gradi all’ombra, per una sola ora d’aria al giorno, per tacere delle celle di isolamento. Tutto ciò mentre il personale addetto alla custodia ha una carenza del 20% sulla pianta organica, mentre è totalmente insufficiente il personale rieducativo. Possiamo dire che i detenuti italiani e stranieri oggi godano dei diritti previsti dalla legge? Possiamo dire che il diritto alla salute sia rispettato? Dobbiamo aspettare sanguinose rivolte estive? Qual è la soluzione che ci prospetta il Ministro della Giustizia Alfano? La risposta del governo nazionale è una non soluzione: costruire nuove carceri. Nuove carceri: con quali soldi, dove, in che tempi, con quale personale addetto? Al contempo aumentano le risposte penali ai problemi nazionali: carcere per i clandestini. Carcere per i giornalisti che pubblicano intercettazioni. Carcere per le contraffazioni. Nessuna risposta politica seria e/o lungimirante, nessun intervento deflattivo, quali la messa in prova, la detenzione domiciliare per l’ultimo anno di carcere da scontare, l’allargamento dell’operatività della semilibertà, la possibilità di emanare un’amnistia. Ormai, a portare avanti questa battaglia di civiltà sono rimasti soltanto i radicali, vista la ricattabilità del partito democratico da parte della cricca giustizialista dipietrista.
Di fronte a tutto ciò, quale ruolo per i socialisti?
A modesto avviso di chi scrive, sono due i campi d’azione del partito socialista sulla questione. In primo luogo, il nostro congresso nazionale, che si terrà in piena estate, dovrà dare voce ai problemi degli operatori penitenziari e dei detenuti e, ancor di più, dovrà dare spazio agli operatori della giustizia. Per fare ciò è necessario riattivare il Dipartimento Giustizia del partito socialista chiamando a raccolta giuristi ed intellettuali che hanno scritto pagine di civiltà giuridica nel nostro paese, oggi offuscate dall’ignoranza leghista e dal giustizialismo dipietrista. Per fare ciò il congresso nazionale dovrà parlare di carcere ma anche di diritto e di giustizia in Italia.
In secondo luogo è necessario dar vita ad una vera e propria campagna di attenzione dei socialisti al mondo degli operatori del diritto, in particolar modo al mondo dell’avvocatura, ultimo baluardo dei diritti e delle garanzie di libertà in Italia. Avvocatura da coinvolgere sia nelle battaglie volte ad arginare il pan-penalismo ottuso ed ignorante, sia per tutelare il mondo del lavoro, laddove sono in progetto da parte del governo, iniziative pesantemente riduttive dei diritti dei lavoratori e dei precari.
II congresso del partito socialista dovrà riprendere le lotte che hanno caratterizzato la storia, l’identità e la cultura dei socialisti, perché la lotta per la giustizia è una battaglia di civiltà.