Alberto Benzoni
“C’è un gran disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”, diceva Mao. In parole povere quanto è maggiore la crisi dell’ordine esistente, tanto maggiori le possibilità di chi intende cambiarlo.
E da noi, in Italia, come stanno le cose? Nel campo berlusconiano le contraddizioni non mancano.
Ci sono quelle internazionali dove ci dichiariamo contro Gheddafi ma, al tempo stesso, speriamo, non tanto segretamente, che rimanga, e dove mandiamo i nostri cacciabombardieri sulla Libia, ma affermiamo che “non sparano”.
C’è poi la questione dell’immigrazione dove le promesse lampedusane dureranno lo spazio di un mattino (tanti potremo caricare, forse, sulle navi, ma altrettanti arriveranno sui barconi), mentre la missione tunisina del premier si risolverà in una bolla di sapone (un vago impegno a non far partire nuovi migranti, un no secco a riprendersi quelli che sono già partiti), e in una situazione, infine, in cui la lite Berlusconi-Bossi si risolverà in un reciproco imbroglio (il secondo a invocare la caccia al clandestino, il primo a crearne di sana pianta di nuovi, con la fuga chiaramente autorizzata dalle tendopoli). Per chiudere con le beghe interne al Pdl e con le laceranti contraddizioni tra i Responsabili tra quelli che lo rimarranno solo di nome e quelli che lo diventeranno di fatto (con l’assunzione di qualche sottosegretariato).
Fin qui abbiamo parlato di “contraddizioni interne” aggiungendo, da subito, che le riteniamo sanabili. E’ vero, la maggioranza è sbrindellata e parla con diverse voci, però, al dunque, Berlusconi mantiene intatta la sua capacità di mediare, meglio di imbrogliare e, al tempo stesso, di rassicurare, che è la capacità non del mediatore politico ma del padre-padrone, di quello che ti può fare e disfare in ogni momento e a cui “devi tutto”.
Più complesse, e a mio parere difficilmente sanabili, le contraddizioni con il mondo esterno. Qui il governo aveva di fronte a sé due strade, tutte e due nella prospettiva di chiudere la legislatura nel 2013.
La prima era quella di arrivare ad un compromesso con l’opposizione e con le istituzioni che, almeno secondo Berlusconi, ne fanno parte.
E allora una riforma della magistratura in cui fosse possibile il confronto, con la disponibilità di rivederne la clausole più controverse (rapporti con il potere politico, leggi che, per trarre il presidente dall’impaccio dei suoi guai giudiziari, vanificassero, di fatto, gli effetti e le attuali modalità di esercizio dell’azione penale), la ripresa di un dialogo, senza pregiudiziali, con i sindacati, e, infine, l’apertura di nuovi fronti, dall’economia al fisco, in cui il confronto potesse partire da posizioni non cristallizzate, e, per concludere, fine delle chiassate in Tv o contro la Tv.
La seconda, attenzione, si collocava egualmente nella prospettiva del 2013, ma prevedeva di arrivarci con un percorso assai diverso, un percorso che potremmo definire di campagna elettorale permanente.
I termini di questa campagna sono noti da tempo: abbiamo da una parte la coppia Berlusconi - Bossi in presa diretta con un popolo che rappresenta maggioritariamente, dall’altra le istituzioni e i poteri non in presa diretta con il popolo e, quindi, “non democratici”, destinati, per questo, ad avversare permanentemente l’‘unto’ del popolo stesso o, comunque, ad ostacolarne pretestuosamente i disegni.
In quest’ottica, le proposte di riforma devono suscitare il massimo di contrasti, non importa che queste vadano a buon fine oppure no, importa che dimostrino, quasi fisicamente, la natura della contrapposizione e i ruoli chi ne è parte.
E, allora, non ha proprio senso domandarci che l’opposizione si interroghi, per stabilire il “che fare” sulla data delle elezioni, quasi che puntare sul 2013 o su scadenze più vicine dovesse condizionare i nostri comportamenti. Perché in campagna elettorale ci siamo già e perché tutte le scelte del premier indicano che ha scelto la via dello scontro e non del compromesso. E perché, infine, lo scontro con le istituzioni contiene oggettivamente in sé una crisi istituzionale che può trovare come unico sbocco le elezioni.
Già, ma quando? Non lo sappiamo e non dipende da noi.
L’importante è di non nutrire speranze di ritorno alla normalità, e quindi di essere pronti per ogni evenienza.