Roberto Biscardini
Alle prossime elezioni amministrative in Lombardia, e soprattutto a Milano, nel centrodestra si gioca la partita della Lega Nord. Quella della sua capacità di uscire o meno dall’isolamento. Dal suo ghetto dorato. La grande Lega iniziò il suo percorso politico agli inizi degli anni ’80, non senza difficoltà.
Nel 1985 quando si presenta per la prima volta alle elezioni regionali prende lo 0.5%. Nel 1987 Umberto Bossi entra in parlamento con lo 0,4%. Alle spalle può contare su un processo per Vilipendio alla Bandiera e per Associazione antinazionale che l’accredita agli occhi dei “lombard” come una cosa seria, pronta a prendere le difese di un popolo che a Roma non si sente sufficientemente rappresentato. Le parole d’ordine sono già chiare. E sono sempre le stesse. “Roma ladrona, la Lega non perdona”. “Lumbard Tas”. “Scuola coloniale basta”. “Lombardia: la gallina dalle uova d’oro”. “No allo strapotere meridionale”. “Padroni a casa nostra”.
Parole d’ordine e sentimenti che coltiverà ininterrottamente per più di vent’anni fino ad oggi. Ma la Lega che riuscì fin da allora ad intercettare i voti dei lombardi e sopratutto quello delle valli ex democristiane, non riuscì mai a sfondare a Milano. I sentimenti popolari contro il consociativismo politico di quegli anni, la “guerra aperta” al compromesso storico e la battaglia contro la partitocrazia dei partiti nazionali, fecero subito presa nei sentimenti autonomisti e federalisti della Lombardia, ma non fecero breccia a Milano città.
Poi con Tangentopoli la Lega cavalca tutto ciò che può cavalcare, il suo giustizialismo, rappresentato simbolicamente dal cappio in Parlamento, si traduce a livello locale in caccia al voto e caccia all’uomo, per “mandare a casa” o “mandare in galera” i rappresentanti locali dei partiti nazionali, DC, PSI, PCI. E così quando questi partiti escono dalla scena, la Lega interpreta in Lombardia e al Nord meglio di altri il vento populista di una nuova politica senza partiti. Dalla pancia democristiana delle valli nasce un partito antipartito e persino anticlericale. Un’immagine antipartitica per un partito assolutamente organizzato se pur monocratico. Un anticlericalismo antiromano e antivaticano, ma che durerà poco, per far propria subito dopo la “tradizione cattolica”, esemplificata nella battaglia simbolica dei crocifissi nelle scuole contro l’Islam e le moschee.
Oggi la Lega al governo nazionale ha coronato i suoi sforzi mettendo i piedi nel piatto, nella stanza dei bottoni e nelle stanze del potere. E’ diventata un “partito di lotta e di governo”, aizza il suo popolo in sede locale, media alla grande con il potere a livello centrale. Ma non dimentichiamoci, a Milano sembra sempre arrancare. Nel 2006 il centrodestra vince con il 52% dei voti e la Lega raccoglie solo il 3,7% dei consensi, elegge due consiglieri comunali su 36 della maggioranza, nonostante alle regionali dell’anno prima abbia preso in Lombardia l’8.7%. Ma il vero boom lo fa alle regionali del 2010 con il 26% dei voti a fronte di un 31,8% del Popolo delle Libertà. Un vero cambio di passo.
E adesso cosa succederà? Riuscirà la Lega, anche a Milano città, alle prossime elezioni di maggio, ad infliggere a Berlusconi e alla Moratti un colpo basso? Si spiega solo così l’attivismo antinazionale e antipatriottico della Lega in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. La Moratti al fianco di Napolitano e loro fuori.
Si spiega cosi la proposta, fatta tutta contro Formigoni, di cambiare la bandiera della regione per sostituire la ormai famosa Rosa Camuna con la Croce di San Giorgio. Solo così si spiega il bisogno di portare a casa qualche risultato sul terreno del federalismo fiscale, per dimostrare che ha Roma la Lega non è “ladrona” ma lavora per la sua “gente”. Solo cosi si spiega l’attacco sferrato dalla Lega a Milano contro alcune scelte della Moratti, dall’Ecopass, alla politica della sicurezza. Solo cosi si spiega l’attacco al PDL come partito colluso con la mafia, accusato di blandire quelle che per Castelli sono le imprese calabresi all’assalto dell’Expo.
Insomma la Lega che scopre di essere italiana e non secessionista solo quando c’è da fermare gli stranieri sulle coste di Lampedusa. La Lega che insieme a Berlusconi ci ha fatto intendere che forse tenersi Gheddafi non sarebbe stato così male.
Qui, a casa sua, non ha innovato molto la sua politica. Conta di portare via voti al PDL con una propaganda populista ancora più forte di quella che fa la stessa Moratti. Si mette di traverso contro l’ipotesi di realizzazione un pur piccolo centro di cultura islamica. Insegue il tema della città insicura. Dimostra diffidenza verso gli interessi immobiliari della destra. Rivolgendosi però ad un elettorato che a Milano, da sempre, non le ha mai dato molto credito. E non mettendo in conto che ormai sono in molti ad aver “mangiato la foglia”.
Un partito che fa l’opposizione dall’interno ma che a Milano si spartisce la torta da almeno diciotto anni: nella sanità, nelle case popolari, nelle aziende pubbliche, nelle banche e nella formazione professionale.
Sintesi: “Un partito che ha fatto della demagogia e del populismo una sua strategia di azione, riuscendo a guadagnarsi posizioni di potere crescente nel silenzio generale.” I milanesi finora sembrano i soli ad averlo capito. Lo capiranno anche questa volta?