Avanti della domenica

N.12 del 3 aprile 2011

L’enfasi dei media non corrisponde alla realtà dei fatti
Norberto Fragiacomo - Dall’Egitto alla Tunisia, rivolte più che rivoluzioni
mercoledì 30 marzo 2011

Norberto Fragiacomo

Tunisia ed Egitto: cerchiamo di tirare un bilancio. Una breve premessa: non condividiamo l’uso (e l’abuso) dell’espressione “rivoluzioni democratiche”, per quanto efficace dal punto di vista giornalistico.
Pur potendo, talvolta, spianare la strada alla democrazia, le insurrezioni popolari negano quel complesso di regole di disciplinata convivenza che stanno alla base di un ordinamento democratico. Esse lacerano il tessuto sociale, ricorrendo, nella più incruenta delle ipotesi, alla violenza morale; inoltre, non rispettano i diritti delle minoranze, semplicemente perché sono a loro volta il prodotto dell’azione di una minoranza più consapevole, più decisa o più arrabbiata. Le Rivoluzioni, autentici “plebisciti in armi”, cambiano un Paese per sempre (Francia) o perlomeno per lungo tempo (Russia), e cancellano gli sconfitti dalla scena.
Messo da parte l’aggettivo, possiamo tenerci almeno il nome? E’ corretto parlare di rivoluzioni tunisina ed egiziana? Non ci sentiamo di negare che, nei due Paesi nordafricani (ed in Algeria), l’incendio sia divampato “a furor di popolo”. In Tunisia tutto è partito da una sequela di clamorosi suicidi - scelte lucide e disperate di studenti senza futuro, lavoratori senza lavoro, esseri umani senza prospettive. Queste tragiche morti hanno dato voce all’angoscia di un Popolo giovane, acculturato, misero: sfidando la repressione, le piazze tunisine si sono riempite di persone che pretendevano pane, lavoro e dignità.
L’abilità nell’utilizzo di internet è stata (nell’immediato) risolutiva, così come in Egitto. Nel Paese delle piramidi il moto è stato, all’apparenza, meno elitario, più “popolano”; la religione una presenza attiva. D’altra parte, la Tunisia è più laica, più “europea”, se vogliamo, dell’Egitto. I tratti comuni ai due fenomeni prevalgono, però, sulle differenziazioni: immense folle urbane; dura e coraggiosa resistenza ai tentativi di normalizzazione interna; alla fine, fuga ignominiosa dei dittatori.
E il mondo esterno, i famigerati poteri forti – quelli che dettano risoluzioni e bandiscono crociate in difesa (non dei loro interessi, sia chiaro, bensì) dei civili?
Pare siano stati colti di sorpresa, e si siano messi in moto in ritardo. Con quali risultati? Possono aver “ammorbidito” qualche cacicco recalcitrante, e forse han risolto i vecchi accordi per stringerne di nuovi. Forse.
Come valutare l’apparente calma attuale? I dati che abbiamo sono tutti di terza mano, ma un fatto è evidente: l’eliminazione politica dei leader non ha provocato il crollo dei sistemi, che, pur traballando, sono rimasti in piedi. Il potere non è passato a nuovi soggetti, bensì a comitati composti da generali e politici navigati. Le analogie con il ’48 francese e la “rivoluzione” rumena dell’89 sono innegabili: le masse combattono, esponenti della vecchia elite si riciclano. Punto, ma non a capo: Rivoluzione fallita, anzi rivolte fallite.
Morale: Facebook è un tamtam insuperabile, ma, per cucinare la pietanza rivoluzionaria, sono necessari due ingredienti di cui i giovani nordafricani erano sprovvisti. La prima condizione è che chi si ribella al potere abbia ben chiaro cosa vuole fare, dove vuole arrivare. La seconda è che sia disponibile (e riconoscibile) un’elite rivoluzionaria in grado di prendere il posto di quella esistente, e di coordinare efficacemente l’azione popolare.
La Storia, che non è fatta di chiacchiere, lo dimostra: la Rivoluzione bolscevica e quella iraniana hanno trionfato intorno a figure carismatiche e di rottura come Lenin e Khomeini.
Tra una rivolta ed una Rivoluzione la differenza è qualitativa, come fra una zuffa e lo scontro di Canne: la seconda è un miscuglio di impeto e razionalità, e riesce in circostanze favorevoli; alle ribellioni ben si attaglia la definizione che un disilluso Macbeth dà della nostra vita: “Un povero attore, che si pavoneggia e si dimena per la sua oretta sul palco, e di cui poi non si ode più nulla. Una storia narrata da uno sciocco, piena di furia e stranezza, che non significa nulla”.