Avanti della domenica

N.12 del 3 aprile 2011

Tra neobadoglismo di Berlusconi e invettive leghiste
Antonio Matasso - Dal governo ‘poche idee, ma confuse
mercoledì 30 marzo 2011

Antonio Matasso

“Non chiedeteci la parola” è una lirica scabra e desolata di Eugenio Montale, attonita per il vivere senza meta dell’uomo. In essa ci sono alcuni versi che, absit iniuria verbis, possono essere utilizzati per rappresentare in modo limpido le lacerazioni del defunto asse Pdl-Lega, la sua mancanza di identità, il vuoto di linea politica.
Dice il poeta: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Abbiamo a questo punto l’onere della prova; la politica estera rappresenta, bongrè malgrè, il collante ineludibile di qualsiasi alleanza di governo. Più precisamente, sarebbe il caso di riflettere sull’assenza di dibattito parlamentare mentre si consumava la tragedia libica; c’è forse qualche volenteroso commentatore che riesca a individuare un qualsiasi punto di contatto, consistente sul piano politico, tra il neo-badoglismo del Cav. e la livida invettiva della Lega, intrisa di un antiamericanismo di ritorno – che riporta alla memoria il feeling tra Bossi e Miloševic al tempo della Nato in Kosovo – e di strumentale agitazione del rischio di un’invasione migratoria?
Tra politica estera e politica dell’immigrazione, si sa, l’integrazione è una necessità, all’interno di una cornice di idee chiare. Il governo sull’una e sull’altra, citando Flaiano, ha poche idee, ma confuse.
La parabola del beccaio Gheddafi ha incrociato fin dall’inizio i flussi migratori. L’anno cruciale è il 1973, circa quattro anni dopo il colpo di stato che portò al potere il caricaturale colonnello. In quell’anno il raìs di Tripoli iniziò un conflitto con il Ciad per una disputa di confine e, il 15 aprile, durante un discorso a Zuara, enunciò i cinque punti che avrebbero cambiato la Libia, iniziando quella “rivoluzione” culturale e amministrativa che, conclusasi nel 1977, indusse il beduino della Sirte a dichiarare di avere trasformato lo “scatolone di sabbia” di Salvemini in una “democrazia diretta e popolare”, governata dalle “masse”. Un tocco di tragica comicità involontaria.
Ma il 1973, anche a causa della politica petrolifera, è uno spartiacque soprattutto per la natura dei processi migratori: da un’immigrazione principalmente da domanda, causata da fattori di attrazione, si passò ad una prevalentemente da offerta, provocata da fattori di spinta, che, insieme alle condizioni demografiche, economiche, sociali e politiche, sia dei paesi di origine, sia di quelli di destinazione, diede origine ai flussi migratori. Dopo il ‘73 anche l’Italia divenne Paese di immigrazione e nei successivi dieci anni si verificarono quattro importanti processi migratori: un flusso di tunisini si diresse verso la Sicilia e trovò lavoro nel settore della pesca e dell’agricoltura. Per fare le domestiche arrivarono le prime donne immigrate: filippine, eritree, capoverdiane, singalesi, somale e latino-americane. Dalla Jugoslavia iniziarono a giungere nel Friuli gruppi di nomadi che trovarono lavoro nei cantieri edili. Vi furono poi i rifugiati politici (ad esempio dal Cile) e gli studenti universitari asiatici o africani. A questi flussi se ne aggiunsero altri negli anni ‘80 e ‘90, con un vastissimo allargamento delle nazionalità e con variazioni nel peso numerico relativo delle diverse comunità nazionali.
Tutti, compresi il Cav. a Sarkozy, fautori della linea dura verso i gastarbeiter, sono consapevoli che l’Europa e l’Italia hanno bisogno di immigrati: la composizione demografica, il mercato del lavoro, le famiglie hanno ed avranno sempre più bisogno di una componente stabile ed integrata di immigrati. A questo bisogno si contrappone fortemente la paura: paura della criminalità, della concorrenza sul mercato del lavoro, paura dell’abbassamento del livello dei servizi e dello Stato sociale.
A questa’ansia “sociale” non si può rispondere né con la negazione del fenomeno né con politiche autoritarie restrittive, che non sono efficaci e alimentano l’immigrazione illegale, finora compressa solo dalla “mano pesante” del colonnello, a disdoro di chi ha sostenuto l’efficienza delle previsioni della legge 189 del 2002.
Ora che per Gheddafi sembra giunto il momento di uscire di scena, anche se risulta arduo prevedere quanto possa durare l’agonia sua e del suo regime, occorre più che mai una risposta che sappia governare stabilmente i fenomeni migratori. C’è da essere poco ottimisti: un governo che non ha una politica estera, semplicemente non ha una politica. Nemmeno sull’immigrazione.
*Responsabile nazionale immigrazione