Avanti della domenica

N.12 del 3 aprile 2011

La politica estera del governo Berlusconi e la guerra in Libia
Luca Cefisi - Da Lampedusa uno spot della Lega
mercoledì 30 marzo 2011

Luca Cefisi

La crisi di una nazione è crisi di classe dirigente. Quale livello esprime questa classe dirigente (prima di tutto umano, intellettuale, e poi, ma solo poi, anche politico)?
Di fronte all’arrivo di un numero straordinario di profughi e di migranti, a seguito delle vicende in Tunisia e in Libia, il ministro Bossi si è espresso, come al solito, per “rimandarli tutti a casa”. Il presidente della Regione Sicilia, Lombardo, che pare abbia scoperto che qualcuno aveva dormito in un casotto di legno di una sua proprietà di campagna, parla di “andare in giro con il mitra”. Chissà se sono stati davvero degli stranieri. Comunque non devono aver danneggiato né rubato niente, sennò Lombardo l’avrebbe scritto nell’allarmato comunicato stampa che ci ha informato del crimine, e, se tanto ci dà tanto, avrebbe già richiesto per lo meno l’intervento degli aerei della coalizione internazionale per proteggere le sue terre da tanto affronto.
Il livello della classe dirigente è insomma quello delle chiacchiere da bar, quando si gioca a chi la spara più grossa.
La realtà si trova da un’altra parte, fuori dal bar. Abbiamo un grande rivolgimento politico e sociale in nazioni a noi vicine, che provoca, tra l’altro, un flusso di richiedenti asilo, cioè di persone che devono essere esaminate, secondo legge e Costituzione, per valutare se esistono  le condizioni per un asilo in Italia a tutela della loro libertà e sicurezza, ed uno di migranti per ragioni socioeconomiche. Nel primo come nel secondo caso, non ci sono le condizioni per un allarme sociale né tanto meno per particolari preoccupazioni per la sicurezza. Chi potrà rimanere, senza dubbio potrà inserirsi nella società italiana, sia perché vi sono le ragioni pratiche (l’economia richiede manodopera straniera), sia, vogliamo credere, perché vi sono tuttora le risorse morali, di solidarietà e di democrazia, di apertura e di accoglienza, in questo nostro Paese.
Chi non potrà rimanere, cioè chi non risulterà in condizioni di pericolo o persecuzione, dovrà essere rimpatriato, e in questo caso il contributo finanziario al rimpatrio è un metodo come un altro per concludere una fase di accoglienza straordinaria.
Si tratta dunque di gestire il problema, e ricondurlo alla normalità, cosa che è perfettamente alla portata delle istituzioni, delle strutture di accoglienza, delle forze di polizia e dei servizi di accoglienza. Si ha piuttosto l’impressione che alcune scelte gestionali scellerate, come quella di stipare la piccola isola di Lampedusa alle soglie della stagione turistica, siano state compiute con l’intento di drammatizzare e amplificare il problema. E’ in effetti sconcertante che proprio coloro che di solito, per il ruolo che rivestono, dovrebbero essere i primi a rassicurare e tranquillizzare, e ci riferiamo in primo luogo al ministro dell’Interno, si distinguono invece per la benzina che gettano sul fuoco, quando gridando all’infiltrazione terroristica, quando paventando un’invasione biblica che in effetti non avverrà.
E’ che Maroni, Bossi e compagnia campano da anni coltivando paure e angosce, chiusure e paranoie. Hanno preso in ostaggio la politica estera italiana, e non vogliono restituirla. Governano la politica dell’ordine pubblico, e guardate che disordine. Anzi, che casino.