Avanti della domenica

N.11 del 27 marzo 2011

La politica estera del governo Berlusconi e la guerra in Libia
Luca Cefisi - Quel patto era meglio non firmarlo
mercoledì 23 marzo 2011

Luca Cefisi

Quali saranno le conseguenze per l’Italia, per la sua sicurezza e per la sua economia, della crisi libica?
Per la sicurezza, non si possono escludere azioni terroristiche commissionate da Gheddafi: il rais libico è particolarmente esacerbato da quello che considera un vero e proprio tradimento da parte del governo di Berlusconi. E dal suo punto di vista, non ha tutti i torti, perché non solo Berlusconi lo ha vezzeggiato e coccolato con manifestazioni di affetto istrioniche ed eccessive, ma ha firmato con Gheddafi un impegnativo, anche finanziariamente, trattato di amicizia italo-libico.
Si usa dire che pacta sunt servanda, ma di fatto l’Italia ha oggi infranto quel patto; oggi lo ha infranto per buone ragioni, ma allora non andava firmato, dato che le violazioni dei diritti umani non erano certo un mistero anche prima della guerra civile di queste ultime settimane! Peggio, quel trattato ha coinvolto la stessa Italia in una situazione assai dubbia dal punto di vista dei diritti umani, perché ha delegato alle autorità libiche il controllo del flusso di migranti e richiedenti asilo, un controllo che è stato sicuramente esercitato in maniera inaccettabile, solo lontano da sguardi indiscreti.
Qui emerge il punto debole della politica estera italiana: l’ossessione per la presunta “invasione” di migranti e profughi dall’Africa ha fatto sì che Gheddafi venisse nominato guardiano della frontiera italiana. E’ stato un errore politico, uno spreco di denaro, e soprattutto una misura non giustificata dal rischio. Infatti, al di là delle esagerazioni, esagerazioni che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha spesso indicato come tali, una grande nazione come l’Italia non dovrebbe avere paura di alcune migliaia di profughi. Abbiamo tutti i mezzi per l’accoglienza d’emergenza, che non ha senso concentrare sulla piccola isola di Lampedusa, e la nostra economia ha capacità, e persino bisogno, di assorbire eventuali arrivi di migranti, come si legge nel rapporto sulle “previsioni del fabbisogno di manodopera” stilato recentemente dallo stesso ministero del Welfare, che prevede solo per il 2011 un fabbisogno di centomila lavoratori stranieri.
Ecco quindi che l’angoscia per l’invasione dei migranti, che ha provocato i gravi errori nelle relazioni italo-libiche, non appare fondata razionalmente. Appare iuttosto una preoccupazione ideologica, un prezzo pagato alle ansie della Lega Nord, che non rispecchiano però i bisogni reali del nostro Paese né al Nord né al Sud.
L’intervento internazionale mira a privare Gheddafi del suo potenziale bellico, ma non sappiamo ancora se avrà le conseguenze di portare ad una rapida pacificazione dell’area. Dal punto vista politico e giuridico, la sua approvazione dalle Nazioni Unite, che sovraintendono allo svolgimento delle operazioni attraverso il Consiglio di Sicurezza, rende quest’intervento paragonabile a quello per liberare il Kuwait nel 1990, e del tutto diverso da quello della “coalizione dei volenterosi” che mosse guerra all’Iraq di Saddam Hussein nel 2003. In quel caso, infatti, la guerra voluta da Bush e Blair non era giustificata da una vera emergenza, e non era legale dal punto di vista del diritto internazionale.
Berlusconi e Frattini, già entusiasti sostenitori di ogni intervento americano, appaiono oggi imbarazzati, perplessi e recalcitranti. Certamente, le preoccupazioni e le perplessità sui metodi dell’intervento ci sono: per esempio, una “no-fly zone” è altra cosa dal bombardamento di obiettivi a terra, come la Lega Araba ha rilevato, sollevando preoccupazioni sull’incolumità dei civili. Nessun intervento militare, inoltre, serve da solo a stabilizzare la democrazia, come le esperienze irachene e afgana dimostrano., Quale piano abbiamo, come Europa e come Occidente, per la Libia? Servirebbe un governo italiano credibile ed autorevole, per discuterne con gli alleati. Non è certo il caso del governo che ci ritroviamo.