Alberto Benzoni
E, dunque, la spallata non c’è stata. Poteva esserci il 14 dicembre. Dopo, non più.
Dopo abbiamo avuto l’invito a dimettersi, che è tutt’altra cosa. Sempre in termini militari non più l’attacco alle mura di Gerico ma il suonar di trombe perché queste cadano da sole. Una roba che poteva funzionare in Palestina, e con il concorso decisivo di Nostro Signore; ma che con il Cavaliere proprio non attacca.
E non attacca non solo per la sua totale insensibilità istituzionale; ma anche e soprattutto perché il leader del partito dell’amore ( per sé stesso, naturalmente) tende automaticamente a considerare l’ostilità degli altri come una manifestazione di malvagità esistenziale (i giudici eversivi, la sinistra) o, comunque come un fenomeno irrilevante. In questo quadro, l’ipotesi di dimissioni poteva essere presa in considerazione solo in vista di uno show down elettorale che Berlusconi fosse sicuro di vincere; mai e poi mai per “ragioni di decenza” ( materia per il Cavaliere del tutto inesplorata) o, peggio ancora, in omaggio ad una richiesta dell’opposizione.
Che fare allora? Qui le opzioni possibili sono tre: insistere, ripiegare su posizioni prestabilite in attesa di tempi migliori, oppure, infine, aggiornare la propria strategia di attacco.
La prima è decisamente favorita dal “clima”che vive oggi il “popolo di sinistra”e non solo. Gli eventi recenti ( dalla campagna antifiniana del 2010 alle vicende giudiziarie e internazionali) hanno infatti definitivamente incardinato nel nostro immaginario collettivo la convinzione che Berlusconi, la sua politica, i suoi comportamenti, rappresentino per la tenuta stessa del paese un danno ed un pericolo crescente; di qui l’urgenza di porre fine al “sistema”che il Cavaliere rappresenta. In quest’ottica ( che è anche la mia) l’opzione più facile è quella di insistere. E’ vero, per tornare alla nostra metafora che dieci squilli di tromba non sono valsi a nulla; ma nulla ci impedisce di sperare che il dodicesimo o il quindicesimo siano risolutivi.
Purtroppo non è così; è anzi probabile che l’”effetto ripetizione”( più rivelazioni su Ruby, più manifestazioni, più attacchi sui giornali) si riveli ben presto, se non controproducente, irrilevante. Nè c’è granchè da sperare sull’arma ( tutt’altro che segreta) dei giudici; perché i processi ripeteranno quello che già sappiamo mentre Berlusconi- il più grande mentitore della recente storia d’Italia- troverà, soprattutto nel caso Ruby, testimonianze comprate e compiacenti a confermare le sue tesi.
Ecco allora il “piano B”. Che però, almeno sino ad oggi, appare soltanto come un abbandono della linea sin qui seguita, ma senza indicarne nessun’altra. Più che di un piano, si tratta di una serie di dichiarazioni convergenti: da Bocchino che afferma che il Fli non si fonda affatto sull’antiberlusconismo ( e su cos’altro allora? N.d.rR.); a esponenti del Pd e dell’Udc che dichiarano la loro disponibilità a definire una riforma della giustizia condivisa, a Renzi e Veltroni che auspicano, rispettivamente, che Berlusconi veda riconosciuta la sua innocenza e che il Pd riveda (?) tutta la sua linea alla luce del fatto che le elezioni non sono più alle porte ( alla luce della loro comune intenzione di mandare a casa Bersani), sino a quanti affermano che l’”antiberlusconismo”è, comunque, un errore. In tutto questo c’è una comune aspirazione: il ritorno alla normalità: aspettiamo che il Cavaliere esca naturalmente dalla scena e intanto occupiamoci delle nostre faccende.
Una linea improponibile. E non tanto perché oggettivamente minoritaria all’interno dell’opposizione; o perché priva di qualsiasi capacità di proposta; ma soprattutto perché non fa i conti con la realtà, leggi con lo stesso Berlusconi o più esattamente con il berlusconismo.
E qui la distinzione è fondamentale. Non stiamo, infatti, parlando di una persona e/o del modello che rappresenta per la società italiana; stiamo parlando di un disegno coerentemente perseguito nell’arco di anni. Che è quello di una leadership populista e sostanzialmente ignorante delle regole e dei principi di una moderna democrazia liberale; e che perciò mira costantemente a demolirne o a neutralizzarne le istituzioni: dallo stato con le sue regole, alla scuola, ai sindacati e, soprattutto, alla magistratura. Un processo che va risolutamente contrastato; anche se non da posizioni di pura difesa dell’esistente.
E, per concludere, è appunto sulla questione della magistratura,che possiamo misurare la diversa qualità delle opzioni che oggi si offrono all’opposizione. L’antiberlusconiano ravviserà, così, nelle proposte di Alfano un grimaldello occulto per salvare il Cavaliere dai suoi processi; il che non è. Quello del ritorno alla normalità l’occasione per una bella discussione sul merito dei singoli provvedimenti, in vista magari di soluzioni condivise. Chi ritiene, infine, che compito dell’opposizione sia quello di difendere la democrazia liberale e la funzionalità e indi pendenza delle sue istituzioni ( a partire dallo stato) in alternativa al berlusconismo vedrà nelle proposte del guardasigilli quello che esse realmente sono- un attacco “soft”volto a intaccare le basi del potere e dell’indipendenza della magistratura; e reagirà di conseguenza.
Post scriptum: dobbiamo sempre ricordarci di una cosa. Che c’è una sola persona in grado di far cadere il Cavaliere; lui stesso.