Luca Cefisi
Leggo che il PSE ritiene che la tassazione delle rendite finanziarie sia uno strumento fondamentale per arginare gli effetti della crisi economica e sociale.
Vorrei sapere a quali rendite pensate, poiché potreste andare a toccare forme di risparmio accantonate (BTP, CCt, fondi comuni obbligazionari, ecc), anziché spese in acquisti consumistici, per garantirsi nella vecchiaia assistenza medica ed infermieristica a casa senza caricarne l’onere sulla collettività.
Pier Giuseppe Politi
Caro Politi,
una tassa sulle transazioni finanziarie (FTT) è in primo luogo una tassa sullo scambio di prodotti finanziari, che avverrebbe attraverso i software che oggi gestiscono tali scambi, rendendoli tracciabili.
Quindi, andrebbe a pesare esclusivamente sui ricavi speculativi dei professionisti della finanza, che movimentano in pochi minuti capitali virtuali estraendone reddti reali, ma senza, sinora, né controllo fiscale né ricadute, se non perverse, sull’economia produttiva.
Non dobbiamo essere subalterni alle ansie diffuse dalla pubblicistica di destra, per cui l’abolizione vergognosa della tassa di successione sui grandi patrimoni diventa la ‘tutela della casetta di nonna’, la patrimoniale un ‘complotto comunista contro i risparmi di zia’, e il socialismo, come credeva quel personaggio di una scena di un vecchio film neorealista, ‘rubare il vitello che mio cognato ha nella stalla’.
Abbiamo, in generale, un problema di reperimento di risorse per la spesa sociale e il welfare, che può avvenire soltanto andando a recuperarle là dove esse sono, cioè nel sistema finanziario e bancario, nei frutti delle operazioni speculative, nella rendita, anche per rendere l’investimento dei capitali nella produzione e nel lavoro comparativamente più interessante e redditizio.
Ciò detto, abbiamo un problema di mantenimento della spesa pubblica e della spesa sociale, che non può essere compressa pena l’impoverimento generale del sistema, ma anzi deve essere rilanciata. Le politiche di austerità, spesso imposte dai centri di potere finanziario ai governi democratici, consolidano l’impoverimento diffuso e il malessere complessivo di questi anni. Il trasferimento delle risorse attraverso la fiscalità generale nella sanità e nell’istruzione è del resto l’unica garanzia di benessere non solo per i cosiddetti ceti deboli, ma per le stesse famiglie della piccola e media borghesia, che -con Bot e libretti di risparmio sotto il materasso- non sarebbero mai in grado di reggere finanziariamente la cura di un tumore o l’educazione universitaria dei figli in sistemi privatizzati all’americana, al contrario di quello che si sta cercando di far loro credere. Noi peraltro non abbiamo certo alcun problema con gli “acquisti consumistici”; senza consumi non c’è benessere e non regge la produzione, come si dovrebbe sapere almeno dal 1929. Ma liberare risorse per i consumi vuol dire costruire appunto sistemi di sicurezza sociale dove la gente non è costretta a seppellire i soldi sotto il materasso per la paura del futuro, cioè a vivere poveramente oggi per crepare domani sui suoi soldi, se muore d’un colpo, o mangiandoseli in medicine e badanti. Sarebbe ottimo se la gente potesse consumare di più, invece di destinare i propri redditi al ricatto ansiogeno del mutuo, dell’assicurazione sulla vita, della sanità privata integrativa (o sostitutiva!) ecc. ecc.. che costano di più al cittadino di una sana tassazione progressiva, patrimoniale e antispeculativa, e funzionano molto peggio quando vai a trasformare i tuoi risparmi in servizi.
I servizi pubblici non sono “un onere per la collettività”, sono l’unico mezzo che noi conosciamo per tenere in piedi la collettività. Non parliamo poi delle sfide tecnologiche, infrastrutturali e di coesione sociale in società sempre più complesse e frammentate, tutti impegni che certamente non sono delegabili al mercato, a meno di non imboccare una decadenza senza uscita.
Cordialmente.