Gerardo Labellarte
L’attuale governo, ed in particolare il ministro Giulio Tremonti, ha mostrato da sempre grande abilità nell’occultare la cruda realtà dei fatti, delle scelte concrete e dei numeri reali dietro la spessa coltre di fumo della propaganda.
Così si continua a parlare genericamente di “colpo di frusta alla crescita” senza spiegare in che cosa consista; si porta avanti il complesso iter del federalismo spacciando per svolta epocale quelli che fin qui sono soltanto modesti aggiustamenti della finanza locale, per non parlare di mirabolanti banche e piani per il Sud che rimangono sulla carta, di ponti, infrastrutture e via chiacchierando a vanvera. Ma nel frattempo i reali provvedimenti che vengono approvati e che esplicano effetti concreti, vanno nella direzione esattamente opposta a quella dei proclami e delle conferenze stampa.
Ne è un esempio il famigerato decreto ‘milleproroghe’ approvato nei giorni scorsi. Intanto bisogna dire che questo strumento, nato nel 2005 per prorogare termini in scadenza già previsti da legge, fin dall’inizio non era un granché dal punto di vista della serietà del nostro sistema, in quanto sanciva il costume nazionale secondo il quale i termini non si rispettano, neanche quando previsti da leggi, sia che riguardino il governo, che le pubbliche amministrazioni che i singoli cittadini. Poi, tanto per peggiorare il caos della nostra legislazione, è stato trasformato via via in una sorta di autobus per i provvedimenti più disparati. Non a caso il governo ha aggiunto al tradizionale titolo “proroga di termini previsti da disposizioni legislative” l’ancor meno rassicurante “e interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle famiglie e alle imprese”. Ovvio che il decreto sia diventato lo sfogatoio, vista anche la riforma della legge finanziaria, per le esigenze più variopinte, gonfiandosi a dismisura dagli originari 4 articoli e 25 commi, a 9 articoli e 221 commi, suscitando le giuste rimostranze del Quirinale.
Nel ginepraio di norme e normette che ne deriva, non si capisce quali siano gli interventi a sostegno delle famiglie, a meno che non si voglia spacciare per tale l’incomprensibile provvedimento che sposta il beneficiario della social card: non più la famiglia bisognosa, ma l’ente caritativo che si impegna a distribuirla.
Nel frattempo si coglie l’occasione per togliere risorse alla banda larga (30 milioni di euro già deliberati dal CIPE), per tassare il biglietto del cinema, si approva il comma “salva banche” per tagliare i termini per le cause contro l’addebito di interessi sugli interessi (anatocismo). E, siccome si parla di sostegno alla famiglia, non manca un provvedimento “ad familiam” per i Berlusconi, e in questo caso, guarda un po’, il termine non viene prorogato, come vorrebbe l’oggetto della legge, ma anticipato dal 31 dicembre 2012 al 2011. Così, tanto per dare una mano ad una famiglia che, secondo le ultime informazioni, ha appena avuto modo di spartirsi 165 milioni di dividendi.
Assieme ai Berlusconi, chi ha di che essere soddisfatto, è la Lega che, nonostante le liste dei precari, vede salva la proroga delle multe per le quote latte. Questo è proprio il governo del ‘fare’; anzi, per la precisione, dei fatti propri.