“Nell’immaginario collettivo una parte del centrosinistra viene vista come un baluardo contro i cambiamenti, la trincea dei difensori più strenui dell’immobilità, e invece c’è una necessità impellente di cambiamenti, di riforme”.
Così il segretario del Psi, Riccardo Nencini, ha riassunto il tema guida del convegno che si è svolto sabato 16 gennaio a Roma, introdotto da Ugo Intini e moderato da Daniela Brancati, e a cui hanno partecipato l’ex presidente della Camera e leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini e Enrico Letta vicesegretario del Partito democratico.
“Contro questa sorta di Camera dei Lord, simbolo della conservazione, propongo – ha detto Nencini facendo riferimento anche alla provenienza geografica di Casini e Letta, l’uno emiliano come lui stesso e l’altro toscano – non un ‘patto della crostata’, ma un ‘patto dell’Appennino’ per mettere in campo un sistema di alleanze che vada oltre queste elezioni regionali e si proietti sulle prossime elezioni politiche, altrimenti saremo costretti a risparmiare fin da oggi anche sui manifesti elettorali perché la competizione si annuncia impossibile per chi, come tutti noi, auspica che questo paese meriti una stagione di riforme, proprio come era nel disegno di Craxi”.
Il convegno, nel ricordo della figura di Bettino Craxi, “Dalle riforme alle riforme. Il futuro della storia”, è iniziato proprio con una breve rievocazione di Ugo Intini che ha messo l’accento sulle grandi capacità di innovazione dell’ex segretario del Psi, nella politica estera, in quella interna come in quella economica.
Nencini ha ricordato come quella ‘Grande Riforma’ proposta avanzata da Craxi, nel settembre del 1979 con un articolo sull’Avanti!, giungesse alla fine di un decennio non migliore di quello appena trascorso, perché si era andati alle urne ripetutamente, tre volte per le politiche e una volta per il referendum sul divorzio, e perché si chiudeva la fase del ‘compromesso storico’ ma il segretario del Pci, Enrico Berlinguer aveva aperto quella della ‘diversità comunista’. Una stagione in cui si governava solo con il tacito accordo dell’opposizione del Pci ed era molto difficile per il governo prendere delle decisioni e realizzare un progetto politico. In questo quadro Craxi intuisce che c’è la necessità di mettere fine al consociativismo.
“E’ vero anche che le riforme da allora sono state fatte, ma in un modo contorto, senza dirlo, senza dargli il nome che dovevano avere. Abbiamo modificato anche il titolo il titolo V della Costituzione e fatto assumere alle istituzioni una forma verticistica con una legge elettorale per comuni, province e regioni, che assegna poteri straordinari indebolendo però tutte le assemblee elettive. Abbiamo fatto tutto questo senza imbopccare quella cvhe doveva essere la strada maestra per le riforme, l’Assemblea costituente”.
“Craxi certo – è intervenuto Casini ricordando di essere stata la prima personalità istituzionale, da presidente della Camera, a visitare la tomba ad Hammamet - non era un santo, ha fatto errori e ha pagato fino in fondo, forse anche una dose ben superiore agli errori fatti”. Il riferimento alla demonizzazione dell'avversario porta Casini a ritornare sui paralleli con l’attualità.
“Io non sono un berlusconiano ho litigato molte volte con Berlusconi quando stavamo insieme, figuriamoci oggi che stiamo divisi, ma rifiuto la demonizzazione che di Berlusconi fanno alcune forze politiche” quanto alle polemiche sul 'doppio forno', ricordo che allora, erano rivolte a Craxi perché il Psi era alleato con il Pci in giunta in Emilia Romagna mentre era al governo con la Dc. Oggi, capisco che quelle scelte dipendevano dalla sua volontà di difendere l’autonomia del socialismo italiano”.
“La bontà di questa iniziativa – ha per parte sua sottolineato Enrico Letta - sta proprio nel titolo stesso del convegno e nell’obbligarci a riflettere sulla storia e sul futuro. Gli elettori ci chiedono cosa pensiamo del futuro e la questione delle riforme è centrale. Il Pd sarà il partito delle riforme se riuscirà a declinare nei fatti concreti il moderno riformismo”. Secondo Letta, “il Pd non può non incontrarsi con il Psi” e a questo proposito immagina che “più che un incontro sarà un’alleanza”. Di certo “il Pd non può essere l’attuazione trent’anni dopo del compromesso storico. Sarebbe un grande limite se avesse una classe dirigente che viene solo dai due partiti fondatori” dagli eredi della Dc e del Pci, mentre deve avere al suo interno un’area che sia l’espressione del riformismo socialista perché “il ruolo del Pd, deve essere proprio quello di interprete di un moderno riformismo italiano”.
“Non basta dire che quello che fa Berlusconi è sbagliato. Occorre costruire un’alternativa, far vedere alla gente che le nostre proposte sono credibili e solo se la gente ci vede come un’alternativa credibile possiamo vincere”. “Chi oggi nel Pd rema contro i tentativi di allargamento dell’opposizione – ha poi aggiunto riferendosi all’attualità - e rifiuta nuove alleanze, immagina per noi tutti un futuro di tranquilla marginale forza di opposizione permanente” ma, ha concluso, “come ha detto Nencini a proposito dei Craxi e del riformismo, il successo di quella storia socialista è arrivato quando si è sposata ai temi dell’innovazione”.