Alberto Benzoni
Tre eventi, nello spazio di pochi giorni, hanno segnato in modo significativo il futuro prossimo dell’opposizione e quindi anche il nostro. Nell’ordine: la manifestazione delle donne; le vicende di Futuro e libertà; e infine l’intervista di Vendola a Repubblica.
Spicca, nel primo caso, l’assenza dei partiti e dei loro simboli. Un passo indietro non imposto, ma tranquillamente accettato; e che non nasce quindi dal timore di strumentalizzazioni e di condizionamenti ma dalla e condivisa presa di coscienza della loro totale irrilevanza.
In altre parole, ciò che si intendeva rappresentare a Roma come in centinaia di altre città italiane non erano progetti, proposte, rivendicazioni, indicazioni politiche no quant’altro; ma piuttosto la totale viscerale contrapposizione (senza distinguo o sfumature) tra due Italie o, più esattamente, tra due modelli di Italia. Così come costruiti, non attraverso la mediazione politica, ma a partire dal vissuto, personale e collettivo.
In realtà stanno maturando nel Paese, e crescono ogni giorno, gli umori dello scontro frontale, rispetto al quale non ci sono piani B o C, né nicchie in cui rifugiarsi, né manovre politiche a cui affidare la propria sopravvivenza.
Questo Fini e i suoi “falchi” l’hanno capito benissimo. Di cui l’esplicito e ruvido disprezzo con cui hanno accolto le rimostranze e il successivo abbandono dei “moderati”. Sembra infatti che questi non abbiano capito granché dello scontro “per la vita o per la morte” che si è aperto nel luglio scorso con l’espulsione del “cofondatore” e di quello che è avvenuto dopo. Tanto che continuano a baloccarsi con l’idea di “ricomposizioni” ad opera dello stesso Berlusconi o di altri; in attesa delle quali sarebbe comunque necessaria la permanenza all’interno del centro-destra rifiutando sia l’idea di terzo polo sia, a maggior ragione, qualsiasi convergenza con la sinistra, tradizionale nemico.
E, viceversa il presidente della Camera intende andare avanti, a qualsiasi prezzo; e questo perché sa che il Fli non ha alcun futuro come comprimario del sistema berlusconiano; e perché sa anche che l’attuale terzo polo rappresenta un posizionamento insieme necessario e provvisorio; e, infine, perché scommette, con qualche fondamento, sul ruolo autonomo di Fli all’interno di un grande schieramento di “ricostruzione nazionale”.
E così arriviamo a Vendola che nella sua intervista ha definito con chiarezza e lucidità intellettuale confini, obbiettivi e natura della “unione sacra” prossima ventura (ed anche il suo possibile ruolo all’interno della medesima).
Cominciamo dai confini: con la caduta di ogni preclusione nei confronti di Fini e della sua formazione politica. Un aggiornamento che non deriva da un mutamento di opinione nei confronti di ambedue: “destra rispettabile” erano e tali rimangono e cioè avversari normali in un’Italia normale. Il fatto è, però (e qui veniamo agli obbiettivi), che oggi il nostro non è un Paese normale: vittima com’è di un sistema che tutto distrugge e tutto corrompe: vita politica, regole, linguaggio, istituzioni, diritti e doveri sui quali si costruisce una vita civile degna di questo nome. E, allora, il discrimine fondamentale non è più quello tra sinistra e destra, lavoratori e padroni, socialisti e liberisti e quant’altro; perché c’è uno scontro che li riassorbe tutti. Da una parte Berlusconi e un blocco sempre più a sua immagine e somiglianza; dall’altra quelli che, a partire dalle premesse più diverse, intendono contrastarli. E non c’è, a questo punto, altro da aggiungere.
“Unione sacra”, dunque. Ma con quale leader? Qui il Nostro dice una cosa e tace su di un’altra. Indica la Bindi come portabandiera, diciamo così, naturale della coalizione; e sembra accantonare momentaneamente la questione primarie.
Una indicazione e un silenzio assolutamente rivelatori. Appunto, della visione che Vendola ha della coalizione; e del suo ruolo all’interno della medesima.
Infatti, perché la Bindi? Perché presidente del Pd? Perché possibile punto di mediazione delle sue varie possibili componenti? Perché donna? In realtà il nostro ragiona in termini che non contemplano partiti, mediazioni politiche o quote rosa; ma che guardano piuttosto alle grandi correnti di opinione all’“altra Italia”. E qui la Bindi emerge come il leader in grado di interpretare di “dare voce” meglio di chiunque altro. Come interprete Nicky sa di essere comunque, un punto di riferimento importante; e sa quindi (anche se non lo dice esplicitamente) che le primarie non aggiungerebbero nulla a questo suo ruolo.
Vendola, in conclusione- come le donne del 13 febbraio e gli avventurosi navigatori del Fli - avverte esattamente il clima che attraversa il nostro Paese e che è, che ci piaccia o no, quello di un piccolo “scontro di civiltà” in cui passano in secondo piano i contenuti e i protagonisti della “politica normale” - partiti, programmi, mediazioni, alleanze - mentre l’attenzione si concentra fatalmente sul messaggio e sulla credibilità carismatica di coloro che lo trasmettono. In questo mondo non ci sono posizioni pregresse da far valere; e men che meno tradizionali egemonie di partiti e apparati. A decidere, al dunque, non sarà la rappresentanza, ma la capacità di rappresentare. E questo vale anche per noi.