Avanti della domenica

N.6 del 20 febbraio 2011

La campagna elettorale che sta preparando Berlusconi non ci troverà impreparati
Alberto Benzoni - Su regole e libertà socialisti in prima fila
mercoledì 16 febbraio 2011

Alberto Benzoni

“Abbiate fede in Dio e tenete pronte le armi”. Così Cromwell all’esercito del Parlamento, prima della battaglia decisiva (e vittoriosa…) contro i sostenitori di re Carlo d’Inghilterra. Ed è un consiglio che potrebbe essere dato alla nostra opposizione.
Oggi, “avere fede” significa uscire una buona volta dalla mentalità “sconfittistica” che ci affligge. Nella duplice versione del “in una elezione/referendum sulla sua persona, Berlusconi vince sempre”; o, peggio, del “per vincere la sinistra deve prima darsi un leader ed un programma alternativo credibile”.
In realtà le due proposizioni non reggono ad un esame serio. Non è vero che il Cavaliere vince in un’alternativa tra se stesso e il resto del mondo. E’ vero, semmai, esattamente il contrario: perché il suo successo, nel 2001 e nel 2008, fu tutto costruito sulle debolezze dei suoi avversari (la crisi di leadership, nel primo caso, i rifiuti di Napoli, nel secondo); e perché, per converso, le sue due esperienze di governo, quella del 1994 e quella del 2001, si conclusero con una bocciatura da parte dell’elettorato.
In secondo luogo, chiedere al centro-sinistra una leadership carismatica e, ancor più, un programma “allettante” di governo è cosa ad un tempo irrealizzabile ed inutile. Irrealizzabile perché sul mercato di entrambi i beni c’è solo un impareggiabile fornitore: Vendola. Una figura, perciò, indispensabile per il successo della coalizione; ma, per vari aspetti, non idonea ad assumerne la guida. Inutile, poi, perché, piaccia o no, il confronto decisivo avverrà sul discrimine sempre più radicale tra berlusconismo e antiberlusconismo. (Si può, naturalmente, rifuggire da questa verità evidente: ma sia permesso ricordare allora agli spiriti delicati che l’aver chiamato Berlusconi “capo dello schieramento a noi avverso” non portò poi una grande fortuna a Walter Veltroni…).
“Tenere pronte le armi” significa allora essere in grado di affrontare, con possibilità di successo, le sfide prossime venture. Niente di più; ma anche niente di meno.
Niente di più. Berlusconi non si dimetterà a nostra per quanto insistente richiesta. E nemmeno se glielo chiedessero, che so, i vescovi, l’Europa o magari Domineddio in persona. E non lo farà perché sa benissimo che questo passo indietro comincia a palazzo Chigi ma finisce in qualche residenza caraibica. Anche la nostra, doverosissima, richiesta di elezioni anticipate rafforzerà la sua volontà di andare avanti ad ogni costo. Mentre il progetto di “unione sacra” è destinato, qui ed oggi, a rimanere ai blocchi di partenza.
Ma anche niente di meno. Perché i problemi che poniamo e le soluzioni che anticipiamo si imporranno non perché le vogliamo noi ma per la forza stessa delle cose: Insomma perché Berlusconi - e con lui la sua maggioranza- sta conducendo una battaglia “di vita e di morte” contro tutte le istituzioni a lui nemiche; battaglia che lascia ogni giorno che passa morti, feriti e rovine; e che come unico sbocco possibile l’appello al popolo. E, allora, ci saranno da una parte la democrazia plebiscitaria, e perciò senza vincoli, e il blocco che la sosterrà; dall’altra la democrazia liberale e coloro che si riconoscono nei suoi principi.
In questo scontro, attenzione, non si parlerà (come vorrebbe Vendola) di precariato o (come vorrebbero Bersani e Casini) dell’insufficienza dell’azione di governo. Si parlerà, invece, e in modo ossessivo, di libertà e di popolo. Insomma, per dirla in breve, della libertà di Berlusconi e perciò di tutti gli italiani di vivere come vogliono senza subire gli occhiuti controlli di un Grande Fratello dai mille volti. E, ancora, del “patto fondante”che lega il popolo al leader, base di una legittimità ad agire “per il bene del paese” senza subire intralci o condizionamenti da parte delle istituzioni, dai poteri forti o, peggio mi sento, dal “teatrino della politica”.
E, allora, di libertà e di popolo dovremo parlare anche noi. Per gridare a voce alta che la libertà che intende Berlusconi, il suo “fate come vi pare e tutto andrà per il meglio” è, in definitiva, quella dei prepotenti e dei furbi e, in conclusione, quella dei mafiosi e dei corrotti; e che questo tipo di libertà si traduce in una perdita di diritti e, ancor più, di controllo sulla propria vita, non solo per i più deboli, ma anche per la maggioranza degli italiani che “paga le tasse e vuole i servizi”.
In quanto al popolo, poi, non si tratta dell’entità passiva e plaudente dei sondaggi e degli indici di gradimento; ma di un mondo che non possiamo manipolare a volontà ma che esige rispetto e che ha, soprattutto, un disperato bisogno di verità.
E, dunque, all’appuntamento elettorale che verrà non ci sono sogni da vendere. Per potere avanzare il paese, lo stato, la società, la nazione vanno, per prima cosa, ricostruiti. La garanzia della libertà e del possibile progresso sta nelle regole, nel ritorno di fiducia nelle  istituzioni, nella loro capacità di difendere e ascoltare i cittadini, di avviare cambiamenti condivisi.
E qui il “abbiate fede in Dio e tenete pronte le armi”vale anche per noi. Dico noi socialisti, liberali, laici. Una sensibilità indispensabile ma da tempo assente nella società politica italiana. Difficile farla rinascere a freddo con accordi o appelli. Ma il passaggio è necessario. Perché “avere le armi pronte” nei termini di un problema già presente nella pubblica opinione sarà decisivo nel risolverlo; soprattutto in uno scontro politico elettorale su temi, quelli della libertà e delle regole, che ci appartengono da sempre.