Leonardo Scimmi*
La stagione politica che stiamo vivendo non è certamente delle più edificanti, al netto della crisi finanziaria e dei cambiamenti globali e tecnologici, l’Italia non sembra aver preso coscienza delle difficoltà strutturali che la appesantiscono e rendono non competitiva.
Il Governo da parte sua è nuovamente inefficiente a causa delle beghe di palazzo causate anche e soprattutto da una forma istituzionale datata e da una legge elettorale impresentabile.
In questo scenario si profila il passaggio ad una Terza Repubblica, che tuttavia richiederebbero un’iniziativa coraggiosa da parte del PD.
In primis, il comune lavoro di PD e PSI verso la creazione di una sinistra socialdemocratica in Italia potrebbe spingere il Paese verso una direzione di pacificazione politica e di chiarezza ideologica. Il problema del PSI è sopravvivere, quindi avrebbe un vantaggio sicuro ed immediato dalla collaborazione col PD.
L’obiettivo del PD, invece, è vincere le elezioni e governare. L’Unità socialista consentirebbe all’eventuale nuovo partito di andare al governo? La socialdemocrazia, al momento sopraffatta dai conservatori in Europa, è ancora un modello di sinistra vincente?
A nostro avviso sì, senza dubbio, ad entrambe le domande. Aderendo al progetto di Unità socialista il PD perderebbe sicuramente una parte di dirigenti e militanti. Il vantaggio per la sinistra sarebbe nel voto di opinione, con il recupero dei voti moderati e dei voti più radicali.
Come è possibile, si dirà, guadagnare voti moderati e radicali allo stesso tempo?
Ebbene, il voto moderato in senso lato è stanco ed infastidito dalla politica barricadera e pasionaria del PD, costretto ad inseguire i postumi della crisi 92-94, guidata dal vociante e populista Antonio Di Pietro. In parole povere la protesta sterile e urlata non piace ai moderati ed il PD, lasciando l’alleato Di Pietro ed unendosi al PSI, abbandonerebbe “piazza e corteo” e proporrebbe finalmente soluzioni pragmatiche, concrete, accedendo cosi al voto moderato.
Dall’altro lato l’Unità socialista sarebbe per il PD quella sterzata a sinistra che la sua base rivendica – vedi esito primarie – e che molti partiti socialdemocratici in Europa hanno effettuato anche sull’onda della crisi finanziaria.
Essere di sinistra non significa accusare l’avversario di essere corrotto e mafioso, ma significa proporre un’alternativa più sociale, laica, moderna, razionale e che si indirizzi alle classi meno privilegiate.
L’Unità socialista significherebbe abbandonare il sogno americano di Veltroni e approdare alla più europea tradizione socialdemocratica, mai veramente sperimentata in Italia, posto che i DS altro non erano che un PCI camuffato e pertanto inficiato dal persistente pregiudizio K.
In termini elettorali l’Unità socialista potrebbe non garantire esiti positivi immediati, ma di sicuro donerebbe slancio e chiarezza alla sinistra italiana, da anni vincolata ad uno sterile antiberlusconismo perdente e fallimentare.
Ci vuole coraggio per prendere l’iniziativa di cambiare lo scenario politico italiano, ammettere la chiarezza della storia politico ideologica italiana e smettere di inseguire l’avversario. Ma una sinistra senza coraggio non può garantire il progresso di un Paese.
La socialdemocrazia europea, d’altra parte, è ancora un progetto vincente per l’Europa, nonostante molti ne abbiano decretato il de profundis; i socialdemocratici sono infatti nei paesi europei forza di governo o prima forza di opposizione e propongono una idea di Europa fondata sulla democrazia politica e di democrazia economica che appare ancora la più giusta ed equa.
* Psi Lussemburgo
