Giuseppe F. Marinig*
Da anni i politici italiani fanno finta, sempre e comunque promettendo ad ogni elezione, di trovare una soluzione all’evidente esigenza dei cittadini di ridurre il numero dei politici e il costo della politica in generale, nel rispetto, comunque, dei principi costituzionali che devono garantire la massima partecipazione democratica e popolare nella gestione delle istituzioni pubbliche (comuni, province, regioni e parlamento).
Tentativi di ricerche e studi, supportati dalle così dette proposte di “riforme” che i vari governi hanno pensato di attuare (es. modifica del sistema elettorale) hanno soltanto aggravato i costi e fortemente ridotto la partecipazione popolare nelle scelte di gestione delle istituzioni. I politici non sono riusciti, perché non hanno voluto, a ridurre di un solo euro le loro grosse ed ingiustificate indennità ed i costi generali della spesa per il funzionamento della gestione pubblica delle istituzioni, nel mentre hanno ridotto il cittadino a “suddito” privo, ormai, di potere decisionale ad ogni livello.
Eppure il problema, senza dovere ricorrere ad alchimie strane e senza scomodare la Costituzione, è di semplice soluzione almeno per quel che riguarda il numero e il costo dei parlamentari ed il finanziamento pubblico dei partiti politici. La Costituzione italiana prevede, infatti, l’elezione di 630 deputati e 315 senatori della repubblica in rappresentanza di tutti i cittadini italiani iscritti nelle liste elettorali. L’indicazione costituzionale del numero degli eletti s’intende che tutti gli aventi diritto partecipino al voto. Siccome da anni la partecipazione al voto diminuisce costantemente, vuoi per naturale disaffezione politica che per la sempre più crescente sfiducia nella classe politica dirigente e che si evidenzia con la massiccia astensione al voto (nelle ultime elezioni l’astensionismo è stato del 35-40% ). Se si considera anche l’esclusione delle piccole formazioni che non hanno superato lo sbarramento del 4%, prive, pertanto, di rappresentanza politica sia alla Camera dei deputati che al Senato della repubblica (12-15% dei votanti), si può correttamente affermare che l’attuale parlamento rappresenta solo il 50% -55% del popolo italiano e che l’attuale maggioranza di governo è sostenuta da una minoranza del 30% dei cittadini. Poco per una compiuta democrazia parlamentare e rappresentativa delle opinioni e degli ideali del popolo nella sua globalità.
Partendo da queste obiettive e reali considerazioni si possono, pertanto, trarre le conseguenti conclusioni: 1) il numero degli eletti nei due rami del parlamento non dovrebbe, dunque, superare il 55% del totale previsto dalla Costituzione, rapportato correttamente all’esito finale dell’elezione perché tale è stata la volontà del popolo “sovrano”; 2) il finanziamento pubblico ai partiti va ripartito in eguale misura e percentuale dei voti ottenuti, lasciando nelle casse dello Stato il rimanente 45% in quanto non assegnato espressamente a determinati partiti.
Certamente la soluzione prospettata non risolve il problema della ‘casta’ politica, ma rappresenta, però, un primo passo verso la moralizzazione del sistema (a ciascuno il suo senza appropriarsi di quello altrui) il che potrebbe indurre le attuali e restie forze politiche a rivedere la “madre” e la più importante di tutte le leggi in un sistema democratico che è la legge elettorale e garantire a tutti la massima rappresentanza politica ai vari livelli senza arbitrari sbarramenti, tatticismi ed assurdi richiami alla governabilità. Se “la governabilità” è stato il movente che ha “criminalizzato” la così detta prima repubblica e ha giustificato la modifica della precedente legge elettorale basata su un corretto sistema proporzionale verso l’attuale meccanismo “porcellum”, autoritario ed antidemocratico, dove il cittadino elettore deve solo ratificare scelte già confezionate, ebbene questo sistema si è dimostrato ampiamente fallimentare e foriero di pericolose involuzioni monocratiche.
La governabilità si garantisce con regole chiare e precise che non devono essere eluse, per esempio: la maggioranza che fallisce e porta allo scioglimento anticipato del parlamento va di conseguenza ridimensionata, dando la possibilità al solo 50% dei suoi parlamentari ad essere ricandidati per le successive elezioni. La scelta dell’ammissibilità a ricandidarsi va fatta per sorteggio tra tutti i deputati e senatori della maggioranza stessa. E’ un deterrente elementare che sicuramente può avere il suo effetto senza ricorrere a modifiche costituzionali e che, dando il giusto ad ognuno, si riducono di molto sia il costo dei parlamentari che quello del finanziamento pubblico ai partiti.
*Consigliere comunale San Pietro al Natisone – (UD)
