Avanti della domenica

N.5 del 13 febbraio 2011

Oltre il bipolarismo, un'opportunità per il socialismo liberale
Alberto Benzoni - Non c'è Craxi nel berlusconismo
mercoledì 9 febbraio 2011

Alberto Benzoni

Craxi precursore di Berlusconi? A sostenere la tesi dell’affinità / continuità tra i due personaggi non è la sinistra, ma la destra. Rimane visceralmente anticraxiana una parte minoritaria dell’opposizione: i giustizialisti (quelli che, insomma, credono ai giudici più che alla giustizia, così come i clericali credono più ai preti che a Dio); il partito Rai, i cattocomunisti.
Immuni e/o risanati dal morbo, la sinistra radicale, il mondo sindacale e lo stesso Pd, almeno nelle prese di posizione del suo gruppo dirigente; sino ad ammettere in innumeri convegni e in varie testimonianze di “autorevoli esponenti”, che, nel confronto tra Craxi e Berlinguer aveva ragione il primo.
Rimane, però, nei confronti del leader socialista, la sordità ostile di gran parte del popolo di sinistra. Testimoniata non solo dai casi di Lissone, ma dalla situazione di emarginazione permanente vissuta dai socialisti all’interno dello schieramento di cui avevano deciso di continuare ad appartenere.
Perché questa indifferenza, un tantino sprezzante, nei nostri confronti? Non basta esorcizzarla o, peggio, subirla passivamente. Dobbiamo cercare di capire. Tenendo conto, per prima cosa, di un fondamentale elemento: insomma del fatto che la tesi “Craxi precursore di Berlusconi” è continuamente ed oggettivamente avallata dalla fuga nel centro-destra, non rientrata, del vecchio elettorato Psi e, immagine ancor più suggestiva, dalla folgorante carriera di tanti suoi esponenti alla corte di Arcore.
Intendiamoci: l’operazione recupero è stata condotta dal Cavaliere in modo del tutto strumentale. Forse il nostro non sapeva che Craxi viveva in un mondo - quello della prima repubblica - lontano anni-luce dal suo perché costruito su regole, istituzioni, fedeltà politiche e ragioni ideali a lui del tutto estranee. Ma sapeva certamente che la sua area politica di riferimento aveva contribuito più di ogni altra alla distruzione di quella stessa prima repubblica e, quindi, dello stesso Craxi che ne era stato, sino alla fine, il più orgoglioso esponente.
E però, da animale politico quale era (ed è) sapeva che la grandissima parte del “popolo socialista”sarebbe stata spinte verso di lui; e per ragioni che avevano tutte a che fare con la, diciamo così, “vulgata craxiana”.
Una vulgata, un immaginario collettivo, suscettibile delle più diverse versioni; e che avrebbe potuto portare quindi nelle più diverse direzioni.
Abbiamo, così, lo schema mitterrandiano: cambiare la sinistra, grazie alla leadership socialista, così da renderla, finalmente, alternativa rispetto alla Dc. Ad esso si affianca, però, un altro tipo di alternativa, quella tra innovatori e conservatori; uno schema che vede, sempre più spesso, i comunisti (e i democristiani che gli fanno da sponda) sul fronte avverso.
Questo, per quanto riguarda il “craxismo di testa”; quello dei disegni politici e della loro razionalizzazione. Va aggiunto, a questo punto, che c’è anche, e come, un “craxismo di pancia”: quello portato alla centralità dell’esercizio del potere e che vive, quotidianamente, uno scontro sempre più aspro con i “fratelli nemici”; il tutto in una prospettiva che non ha niente a che fare con l’“unità della sinistra”.
Sulla base di queste premesse, la reazione del “popolo craxiano” all’indomani della catastrofe di Tangentopoli era assolutamente prevedibile. Per lui Berlusconi non è tanto l’erede quanto piuttosto il vendicatore di Craxi: quello che avrebbe finalmente realizzato (per i craxiani “di testa”) la rivoluzione liberale a dispetto di una sinistra strutturalmente ostile alla modernità; ma anche quello che (per la “pancia”) avrebbe pareggiato i conti con la magistratura politicizzata e con i comunisti che non solo l’avevano orientata contro di noi, ma che avevano applaudito al passaggio della carretta con i condannati.
Per gli altri socialisti, come noi, rimasti a sinistra, (non solo ma anche e legittimamente in nome di Bettino), c’era invece solo una lunga traversata nel deserto. Perché, della strategia in cui avevamo creduto, quella mitterrandiana, non era rimasto più nulla, ma proprio più nulla.
E oggi? Oggi molti dei vecchi legami e delle vecchie tensioni si sono allentati; e con ciò molte certezze, viscerali e no, sono soggette a discussione. e non solo perché, in sede storica, la figura e l’azione politica di Bettino Craxi è stata sempre più esattamente definita e collocata in un universo di principi e di valori “distinto e distante” da quello del Cavaliere. Ma anche e soprattutto perché i due campioni della sacra rappresentazione cui stiamo assistendo da anni hanno progressivamente mutato la propria immagine. Non c’è stata, da parte di Berlusconi, nessuna rivoluzione liberale, se non all’insegna del “fai come ti pare”; mentre i socialisti, all’interno del suo universo, sono stati accolti sempre più come “professionisti a contratto” (da Cicchitto a Lavitola) e sempre meno come portatori autonomi di una sensibilità e di una cultura politica. Sull’altro fronte, poi, l’“ossessione Pd” sta perdendo la sua ragion d’essere. Con il partito di Bersani ormai privo di qualsiasi capacità e/o pretesa egemonica all’interno di un’area di opposizione tutta da costruire.
Per i socialisti si apre dunque una fase nuova. Si sente che sta nascendo una nuova finestra di opportunità, insomma la possibilità che il socialismo liberale possa svolgere un ruolo politicamente rivelante nel superamento del bipolarismo e del sistema berlusconiano. Un vuoto, naturalmente, ancora tutto da riempire e questa volta in nome del Craxi innovatore.