Daniela Mignogna
Ho ascoltato tanti familiari di persone con disabilità che ritengono ingiusti i comportamenti di molti Comuni, i quali chiedono sempre più soldi per l’accesso ai servizi essenziali e non rispettano le leggi esistenti. E’ una illegalità che passa tranquillamente fra l’indifferenza generale di tutte le forze politiche e spesso, purtroppo, anche nelle giunte ove compaiono socialisti; è ora che questo problema venga posto all’attenzione anche dei “nostri” vertici, e soprattutto dei vertici amministrativi dei Comuni e delle ASP (Aziende Servizi alla Persona), m perché è davvero vergognoso che il problema venga ignorato da chi amministra e fa politica.
Sto parlando dei contributi che le amministrazioni comunali chiedono ai cittadini che utilizzano servizi di carattere sociale, come ad esempio gli asili nido, le mense scolastiche, il trasporto ecc.
Per quanto riguarda le persone disabili si tratta soprattutto dei contributi richiesti a chi usufruisce essenzialmente dei servizi di assistenza domiciliare, servizi cosiddetti semiresidenziali, servizi residenziali.
In genere ogni amministrazione ha criteri propri e definisce con un regolamento le fasce ISEE grazie alle quali stabilire l’entità del contributo.
Il decreto legge 130 del 2000 ha stabilito che per l’accesso ai servizi sociosanitari per le persone con grave disabilità si dovesse fare riferimento al solo ISEE individuale, cioè che non dovessero essere conteggiati i redditi e i patrimoni dei familiari.
Perché la legge accorda questo che può apparire come un “privilegio” alle persone con disabilità?
Nessun privilegio, ma la semplice constatazione che la situazione di vita dei nuclei familiari delle persone con disabilità sia particolare rispetto al resto della popolazione.
Ancora oggi la dipendenza connessa alla situazione di grave disabilità s’indirizza e si svolge all’interno della propria famiglia. Non si tratta solo di un fattore morale o di una dipendenza psicologica ma di un fatto oggettivo, con conseguenze rilevanti sulla vita materiale della famiglia. Non dobbiamo dimenticare che persone con grave disabilità quasi sempre non lavorano e non producono reddito. Inoltre, poiché il peso assistenziale ricade sulle spalle delle famiglie, queste sono costrette a scelte radicali e permanenti quali ad esempio la rinuncia di uno dei due genitori (in genere la madre) alla professione o alla carriera. Bisogna anche tenere conto che le condizioni di “ordinaria discriminazione” vissute dalle persone con disabilità fanno lievitare i costi ordinari connessi all’educazione di un figlio (trasporti, istruzione, tempo libero e sport) e si prolungano ben oltre la maggiore età, fino a durare sostanzialmente per gran parte dell’arco dell’esistenza dei genitori. Questo è il punto importante e la legge (130/2000), che prevede che non debbano essere considerati i redditi e i patrimoni dei familiari, ha solo preso atto che questi si sono già fatti carico - e continueranno a farlo - di gran parte delle spese assistenziali connesse alla situazione di disabilità. In altre parole è sbagliato chiedere altri soldi ai familiari delle persone con disabilità, perché questi hanno “già dato” e continueranno a farlo per tutta la loro vita.
Per questo dobbiamo contrastare l’atteggiamento di molti amministratori e in alcuni casi di funzionari pubblici che ritengono –spesso con arroganza - che “queste famiglie devono mettersi in testa di pagare” non solo per l’infondatezza dell’affermazione, ma per la lontananza e in fondo l’indifferenza che essa esprime verso una condizione di vita – ancora oggi – difficile e impegnativa.
La situazione nelle regioni è molto varia e complessa e dipende – come già accennato –dalle scelte dei singoli comuni. E’ complesso oggi offrire una fotografia dettagliata delle scelte, spesso molto diverse. Anche questo è considerato un fatto discriminatorio, perché è ingiusto che, a seconda del Comune di residenza, persone che vivono situazioni di disabilità e di condizioni economiche equivalenti debbano far fronte a richieste di contribuzione molto diverse fra di loro.