Nino Gulisano*
Nel suo ultimo libro “La crisi non è finita” Nouriel Roubini sostiene che i disastri economici non sono “cigni neri”, eventi unici e imprevedibili, privi di cause specifiche. Al contrario, i cataclismi finanziari sono vecchi quanto il capitalismo stesso e si possono prevedere e riconoscere mettendo a confronto i dati ricavabili dalle diverse realtà geografiche e dalle diverse epoche storiche. Il Ministro Tremonti e il suo Presidente del Consiglio fin a qualche mese fa strombazzavano che la crisi era alle spalle, che la ripresa era in atto.
Oggi lo stesso Ministro ci dice che la crisi non è finita, ma lo sapevano i cittadini nel fare la spesa, nel non potere disporre di crediti per le loro imprese, nella continua cassa integrazione straordinaria per i lavoratori.
Solo ricavando i giusti insegnamenti da queste esperienze, ammonisce Roubini, possiamo fronteggiare l’endemica instabilità dei sistemi finanziari, imparare a prevederne i punti di rottura, circoscrivere i pericoli di contagio globale.
Le questioni tra localismo e globalismo stanno venendo al pettine.
Qualche anno fa Jeromy Rifikin scriveva “ La Fine del Lavoro Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato” Le prospettive proposte da Rifkin sono sconvolgenti, è vero, ma sono del tutto realistiche. E’ cambiato il lavoro e il modo di lavorare. Le ristrutturazioni aziendali che sono avvenute e avverranno in Italia, la chiusura o il ridimensionamento di tante piccole-medie imprese, sono eventi epocali che liberano una massa di forza lavoro. Solo una minoranza sarà occupata nei settori del terziario avanzato. Quali prospettive? Rifkin presenta uno scenario terrificante ma inesorabilmente vero e attuale. Tuttavia non è pessimista perché propone di pensare il domani del lavoro, rivalutando l’aspetto sociale dell’economia rispetto a un economia di mercato che rischia di escludere sempre più ampie percentuali di popolazione, anche all’interno dei paesi sviluppati.
Pensare a un’era del “post-market” è compito della politica.
La sfida che noi dobbiamo immaginare è quella di portare la politica a prendere sul serio le questioni etiche e il bene comune portandole a incidere su materie di interesse economico e civico in senso lato, non solo sul sesso o sull’aborto.
Come sostiene, anche Amartya Sen, premio Nobel per l’economia 1999, non possiamo misurare il benessere e l’equità sociale con la sola categoria del prodotto interno lordo. In questa cifra sono calcolati l’inquinamento dell’aria, la morte per il fumo delle sigarette, i morti in autostrada e l’uso delle ambulanze per raccoglierli, sono calcolate le porte blindate per la sicurezza delle nostre case e le prigioni per i delinquenti che tentano di scassinarli.
Eppure, il PIL non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione o della gioia del loro stare insieme, delle bellezze naturali ed archeologiche e della nostra cultura millenaria, né della solidità delle nostre famiglie, né del livello del nostro dibattito pubblico. In ultimo misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Per esorcizzare il fantasma di una nuova crisi finanziaria, dell’aumento della disoccupazione, la politica ripensi a proporre un nuovo sogno ai cittadini: come migliorare la soddisfazione di vivere.
*V. Segretario Sicilia