Alberto Benzoni
“Scusate ragazze se mi allontano per un po’. Devo congratularmi con Obama per la sua elezione”. Così riferisce Patrizia D’Addario: a dimostrare (fisicamente?) la contiguità, che dico la totale identità, nel berlusconismo, tra sfera pubblica e sfera privata.
Di regola, i vizi e/o le inclinazioni private di un uomo pubblico, e specialmente di un leader politico, vengono tenuti rigorosamente nascosti. Luoghi assolutamente riservati; un circuito di rifornimento e utilizzazione del tutto particolare e separato, e così via.
Nel caso del Cavaliere, tutto viene invece spiattellato in faccia. I festini (pardon, gli “intrattenimenti eleganti” avvengono a Palazzo Grazioli e ad Arcore tra un incontro politico e l’altro. E il “menu” offerto è uguale a quello riservato agli illustri ospiti stranieri: così quelli “normali” dovranno sorbirsi le barzellette un po’ così e le canzoni di Apicella; mentre gli amici avranno diritto al trattamento completo.
Pubblico è anche il “circuito mediatico-puttanesco” di cui il Nostro è l’utilizzatore finale. Pubblici, così, i blocchi di partenza: gli appartamenti di Milano 2. Pubblica, ancora, l’area principale di rifornimento così come la responsabilità della medesima: si parte e si arriva come partecipi, o aspiranti tali di un qualche programma di intrattenimento nelle reti Mediaset e con il patrocinio di Emilio Fede e del suo sodale Lele Mora; si transita, per ottenere le adeguate spinte e/o mezzi di sostentamento, da Arcore.
Pubblica è la figura che gestisce e organizza, mettendoci del suo, i vari “intrattenimenti eleganti”; una figura, non a caso, premiata non con elargizioni private ma con un seggio in consiglio regionale (al prezzo di una modifica, illegale, del listino riservato alle “personalità che dovranno comunque essere elette”). Pubblica, infine, è la persona “pietra dello scandalo”: un infortunio del premier trasformato poi dal medesimo prima nella nipote di Mubarak e poi nella Maddalena pentita e ricondotta sulla retta via nel “vangelo secondo Signorini”.
Ora, in questo costante debordare del privato nel pubblico, sino alla rappresentazione di una realtà unica e indifferenziata c’è un messaggio che non è giudiziario o soltanto etico, ma piuttosto politico nel senso più profondo del termine.
Detto in altro modo, la partita decisiva, quella che si concluderà nei prossimi mesi, non è quella tra Berlusconi e i giudici; e non ha a che fare soltanto con il modo di comportarsi del nostro Presidente del Consiglio. Abbiamo, in realtà, a che fare con un messaggio; e con un messaggio che il Cavaliere ci trasmette costantemente e coerentemente da tempo (anche attraverso i suoi comportamenti). Un messaggio che potrebbe riassumersi così: “ognuno di voi faccia quello che gli pare singolarmente e tutto andrà meglio per tutti”.
Il Cavaliere non dice “fate come me” (sarebbe troppo…). Afferma che “la mia libertà è anche la vostra”. Aggiungendo che questa è minacciata da ogni parte: dai magistrati e dalla sinistra che li sostiene; dalle istituzioni con le loro regole pesanti e superate; dalle “corporazioni” (e soprattutto dai sindacati); dai poteri forti; e via elencando.
Su questo dobbiamo (e possiamo) rispondere senza alternative o subordinate. Non si vince parlando male del governo (“e voi che cosa avreste fatto?”); o elencando i problemi delle tante categorie in difficoltà; o invocando di nuovo la “questione morale”. Per vincere, per vincere alle urne, occorre rovesciare contro Berlusconi le sue stesse argomentazioni.
Parlare, insieme, della libertà e dell’Italia. Spiegando, a gran voce e a tutti, che nell’Italia che vuole il premier, la libertà del “fate come vi pare” dei forti, o piuttosto dei furbi e dei prepotenti, si sta traducendo, giorno dopo giorno, in una perdita di diritti, di opportunità e quindi di libertà per una maggioranza crescente di cittadini.
La libertà di tutti, garantita dalle regole e dalle istituzioni - prime di tutte quelle di uno stato da ricostruire - contro l’arbitrio e la licenza dei pochi; questa la materia del contendere. Una materia, per inciso, che va oltre le tradizionali contrapposizioni tra destra e sinistra. E su cui si può e si deve fare appello a tutti; andando oltre le divisioni, i veti incrociati, i tatticismi di ogni tipo che, in questo caso apparterrebbero, questo sì, al “teatrino della politica”.