Avanti della domenica

N. 3 del 30 gennaio 2011

L'Italia aveva avuto un ruolo nella successione a Bourghiba
Luca Cefisi - Ben Alì, troppo poco, troppo tardi
mercoledì 26 gennaio 2011

Luca Cefisi

Abbiamo visto il presidente tunisino Ben Alì fuggire in aereo: non ce ne dispiacerà. La sua presidenza non aveva saputo far evolvere la Tunisia in una democrazia decente.
Effettivamente, da un regime a partito unico, figlio della rivoluzione nazionale di Bourguiba, Ben Alì aveva promosso le prime elezioni formalmente multipartitiche (1994) e le prime elezioni presidenziali con più candidati (1999) e infine un sistema parlamentare bicamerale (2002), ma il tutto, nella sostanza, era rimasto nel quadro di una continuità di regime, e con risultati per il partito di maggioranza troppo vicini al 90% per essere credibili.
La comunità internazionale ha comunque fino all’ultimo concesso a Ben Alì un’apertura di credito illimitata, per due ragioni: la convinzione che la “stabilità” tunisina fosse in sè positiva, di fronte allo spauracchio dell’islamismo, e la speranza che la riforme formali con il tempo acquisissero anche qualche sostanza. C’è stata la convinzione che Ben Alì facesse “abbastanza”: non ha fatto, invece, mai abbastanza, e il giudizio storico su di lui non può che essere negativo. Anche se possiamo considerare i recenti fatti tunisini come un colpo di stato interno al regime piuttosto che come un’eroica rivoluzione, poichè il potere non è stato rivoluzionato, piuttosto il vecchio presidente è stato espulso, e il controllo appare nelle mani del suo stesso primo ministro, che gestisce in questo momento l’apertura del gruppo dirigente e condurrà il paese a nuove elezioni, comunque, in ogni caso, abbiamo una svolta a cui i giovani tunisini, la società civile di questo paese vicino e amico, guardano con speranza, e possiamo solo confidare che non vengano ulteriormente delusi.

Per l’Europa, per l’Italia, e anche per l’Internazionale Socialista e il socialismo europeo, vengono queste lezioni: che non è sufficiente dare la propria fiducia ad un regime “laico”, come se i popoli arabi non avessero diritto agli standard di democrazia normali sull’altra sponda del Mediterraneo; che la forma giuridica della democrazia non può essere separata dalla sua sostanza (libertà effettiva, eguaglianza effettiva, diritti e trasparenza); che il percorso delle riforme sarà anche lento e faticoso, ma se in un ventennio non succede nulla, e tutto rimane più o meno com’era, non sono riforme un po’ lente, ma conservazione molto ferma.
Una nota storica: la presa di potere di Ben Alì avvenne nel 1987, con un preciso sostegno del governo italiano, nell’ambito di una complessa operazione che mirava a fermare sia un conflitto interno con gli islamisti sia una guerra con l’Algeria; non fu una cattiva operazione, anzi, ma sono anche vent’anni che l’Italia non ha più un ruolo attivo nel Mediterraneo, avendo smarrito vocazione, visione e ambizione in politica estera. Forse, se le cose in Tunisia sono finite così, è anche per questo.