Avanti della domenica

N.2 del 23 gennaio 2011

Se vogliamo una chance, cominciamo dal programma
Alberto Benzoni - Berlusconi non si batte con gli scandali
mercoledì 19 gennaio 2011

Alberto Benzoni

“Berlusconi è finito”. Questa la convinzione ufficiale del centro-sinistra.
“Al dunque, Berlusconi vince sempre”. Questa la convinzione, anzi l’ossessione segreta di gran parte del suo popolo; e magari anche di molti dirigenti.
Si tratta, come vedremo tra poco di due mezze verità. Allo stato, la loro coesistenza ha effetti paralizzanti, e potenzialmente dirompenti, sull’opposizione. Paralizzanti, perché nell’un caso e nell’altro, non è richiesta alcuna iniziativa politica. Così, se il premier è oramai giunto al termine del suo percorso politico (anche, e soprattutto, per la sua oramai incontrollabile vocazione all’autodistruzione di se stesso, in una rovina che trascina con sé anche quella del Paese), non rimane che aspettare il “fatale svolgersi degli eventi”. Mentre, se riesce a trasformare ogni questione politica o di altro tipo in un referendum su se stesso, vincendolo, non occorre fornirgli alcun pretesto per questo tipo di operazione; rinviando, questo è il punto, nella misura del possibile l’appuntamento elettorale. Dirompenti perché la percezione, giusta o sbagliata, di un Cavaliere “che vince sempre” tende ben presto a trasformarsi in un autodistruttivo processo agli italiani e,già che ci siamo, in un processo alla sinistra, condannata a perdere sempre o per suoi vizi congeniti o per l’incapacità, altrettanto congenita, dei suoi dirigenti. E’ questo il processo logico per il quale il processo a Berlusconi diventa il processo al Pd ed al suo gruppo dirigente. Nessuno nega, intendiamoci, la necessità di rottamare Berlusconi; solo che, qui ed oggi, appare più importante, e più facile, rottamare Bersani. Diciamo che “per espugnare Palazzo Chigi occorre, in primo luogo, sgombrare Via Nazionale”.
Per nostra fortuna non è del tutto vero che Berlusconi sia finito; come non è affatto detto che sia imbattibile. Per essere più specifici potremmo rifarci a due grandi miti della letteratura mondiale: Achille e Macbeth; il primo, un eroe con un solo punto debole; il secondo un mostro, che però non può essere ucciso da nessun “nato di donna”. Ora, fatte le debite proporzioni il Nostro ricorda più Macbeth che Achille. Nel senso che è pieno di punti deboli, ma che, almeno qui ed oggi, non vede all’orizzonte una personalità ed uno schieramento in grado di sconfiggerlo.
Il “qui ed oggi”è una precisazione doverosa. Perché l’esperienza della seconda repubblica è lì a ricordarci che il Cavaliere non è mai caduto sotto il peso dei suoi vizi privati e/o pubblici o delle tante inchieste giudiziarie; mentre, invece, è stato sbalzato, normalmente, di sella, per effetto di processi parlamentari e, soprattutto, di sconfitte elettorali.
Questo almeno fino ad anni recenti; perché dal 2008 in poi assistiamo a due fenomeni senza precedenti; da una parte il compattamento fortissimo del centro-destra sull’asse Berlusconi-Bossi; dall’altra (grazie al contributo decisivo di Veltroni) l’emergere di un centro-sinistra per la prima volta fortemente minoritario e incapace di  disegnare una qualsivoglia strategia delle alleanze con la sinistra (diciamo così) radicale o con il centro moderato; figuriamoci poi con tutte e due insieme.
Almeno sinora, infatti, i tentativi di Bersani – intesa con le forze del terzo polo, offerta alla sinistra radicale di una strategia comune per gestire la crisi sindacale- hanno incontrato solo ripulse. A Casini interessa tenere le mani libere (e non per accordarsi con Berlusconi ma per gestire il “post”); a Landini e Vendola interessa utilizzare la vicenda Fiat per costruire un modello di sinistra sociale “vera alternativa” al sistema capitalistico e alla globalizzazione, sistema di cui il Cavaliere è esponente, certo assai sgradevole ma, tutto sommato, marginale.
Così stando le cose, il problema prioritario per Bersani, diciamo per la sinistra riformista e di governo, non è Casini ma proprio Vendola. E qui non basta dire “con Vendola e Di Pietro non si vince”; perché nell’attuale situazione, non si vince nemmeno con il solo Casini; come non si vince limitandosi a considerare Berlusconi una semplice anomalia da eliminare.
Quello che il centro-destra ha rappresentato, nel corso di questi diciassette anni è stato una strategia cosciente di demolizione dello Stato, delle istituzioni, delle regole e dei principi su cui si regge qualsiasi collettività nazionale; un processo giunto oramai ad un punto vicino al non ritorno.
E, allora, perché non partire da qui? Dal progetto che definisce lo schieramento; e non viceversa? Da un programma di difesa anzi di ricostruzione della nostra repubblica come principio animatore di nuove grandi coalizioni? Ognuno, naturalmente, farà dopo la sua parte; ma i riformisti devono per primi fare la loro. In vista, sia chiaro, di un appuntamento elettorale cui sarebbe bene prepararsi sin d’ora.