Franco Bartolomei
Voto Fiat: Una vittoria politica, che la sinistra attuale non ha fatto nulla per meritare.
La percentuale altissima di no espressi dai lavoratori di Mirafiori, pur in presenza di condizioni di forte condizionamento psicologico, rappresenta un segnale di contrarietà fortissimo al progetto di riorganizzare, come prima risposta forte da destra alla crisi, ‘i sistemi’ di governo delle dinamiche sociali.
Rappresenta un no forte e chiaro al tentativo di governare le conseguenze sociali della crisi e organizzare una possibile riattivazione dei processi di crescita, riducendo le rappresentanze sociali ad esclusivo momento interno ad una gestione meramente attuativa degli equilibri esistenti, economici, finanziari, e sociali, predeterminati da processi decisionali riservati in gran parte a tecnostrutture esterne alle sedi istituzionali deputate alla espressione della sovranità popolare.
Sotto questo profilo l’esito del voto, che la sinistra ufficiale con pochissime eccezioni non ha cercato di favorire preferendo stare alla larga da una disfatta data per sicura, rappresenta per la Sinistra Italiana una occasione eccezionale per avviare finalmente una riflessione critica sulla propria incapacità di proposta e sulla bassissima qualità dei propri livelli di rappresentatività sociale.
Una riflessione che costituisce la premessa inevitabile della rifondazione di una grande nuova forza unitaria della sinistra, socialista e democratica, che possa definire , proporre, e condurre a compimento un progetto di governo autenticamente alternativo alle ragioni sociali di un sistema di rapporti economici e finanziari la cui crisi verticale compromette lo sviluppo futuro della nostra società, e minaccia la stessa tenuta sostanziale della nostra democrazia.
Nella analisi particolare emerge come il risultato del voto riflette in modo fedele, nella media dei voti espressi nei diversi reparti, il concreto inserimento dei singoli lavoratori all’interno dei processi produttivi della fabbrica.
Coloro che vivono in modo più stringente la compressione degli spazi nella riduzione forzata dei tempi di interruzione hanno votato in maggioranza no, e chi ha visto nella sostanza non alterata la natura e la qualità delle modalità della propria prestazione lavorativa (come gli impiegati, o i turnisti di notte) ha votato in stragrande maggioranza sì.
La differenza ponderale del voto nelle due diverse reazioni, per cui la risposta negativa all’accordo avviene con un differenziale molto minore rispetto ai reparti, di numero minore, dove la risposta è favorevole, dipende direttamente dalla paura della chiusura della fabbrica.
Resta il risultato finale di quasi la metà dei dipendenti che rischia il proprio futuro per dire di no ad un accordo che comprime i diritti, e rende molto più faticose le condizioni di lavoro.
Questo risultato rappresenta una sconfitta gigantesca di chi ha pensato di poter modificare le relazioni industriali con atti d’imperio, e si ritrova in mano una risicata maggioranza.
L’esito finale della consultazione tra i lavoratori assume quindi un significato politico assolutamente incomparabile con quello assunto dal referendum sulla scala mobile del ‘84, che aveva come obiettivo quello di favorire una tutela del salario reale, come infatti accadde, attraverso un raffreddamento dell’inflazione, e non produsse alcuna alterazione in termini autoritari dei rapporti tra le parti sociali.
Per tali ragioni appare assolutamente improprio ed ingannevole qualsiasi tentativo del governo, del padronato Fiat, o di commentatori per nulla indipendenti, di richiamare quel precedente per sostenere la fattibilità di un disegno di revisione delle relazioni industriali fondato sulla compressione della autonomia negoziale fondato sulle libere adesioni reali dei lavoratori ai sindacati e la sua sostituzione con l’ opposto criterio della preventiva adesioni di questi alle proposte aziendali come fonte di legittimazione.
Questo voto a Mirafiori, al contrario, chiude un ciclo storico di ritirate sociali, e di oscuramento culturale delle classi subalterne, iniziato con la marcia dei 40.000 alla Fiat nell’autunno ‘80, che non a caso si conclude con la maturazione nella coscienza comune della consapevolezza della fine di un intero modello di sviluppo fondato sull’idea della assoluta omologazione dei comportamenti collettivi alle logiche economiche e della presunta superiorità “etica” delle scelte d’impresa.
E’ la manifestazione di un mutamento di orientamenti e di sentimenti in atto nel profondo nella coscienza della società che segna un mutamento epocale.