Avanti della domenica

N.2 del 23 gennaio 2011

nel referendum fiat una lettura offensiva e inaccettabile: il no degli eroi, il sì dei servi
Enzo Ceremigna - Il nodo così non si è sciolto
mercoledì 19 gennaio 2011

Enzo Ceremigna

E adesso? La conclusione del referendum alla Fiat Mirafiori ha cristallizzato il suo verdetto. Ha vinto il sì, e questo chiama Marchionne e l’Azienda a rispettare quanto promesso. Ma la dimensione dei no - benché la pressione condizionante fosse per i lavoratori pesantissima - è risultata di proporzioni notevoli e comunque inaspettata. Probabilmente, leggendo nelle pieghe di un voto che ha visto esprimersi insieme operai, impiegati e quadri, la maggioranza degli operai si è espressa contro la ratifica dell’intesa. Intesa, non “accordo sindacale”. Quello che da tutti è stato definito accordo – basta leggerlo – di un vero negoziato tra controparti non ha se non le caratteristiche minime: si è infatti trattato di un diktat, di un prendere o lasciare, come per Pomigliano. In ogni caso questa intesa, dopo il voto, diventa vincolante. Ciò presuppone la necessità della sua gestione e realizzazione: impresa che di certo, date le circostanze, non si presenta tra le più agevoli.
Se infatti uno degli snodi dell’intesa (che è stato tra quelli che ha fatto più discutere) è quello di garantire con l’investimento anche condizioni di “pace aziendale” esso trova nell’esito stesso del referendum le motivazioni di fondo per procedere il più possibile alla ricomposizione della rappresentanza ed al coinvolgimento nella gestione di tutti gli attori protagonisti di questa intricata vicenda. Sperando che a nessuno salti in mente di procedere come se niente fosse accaduto, evitando di tenere conto non soltanto dei numeri, ma anche delle ragioni profonde che da un loro esame oggettivo se ne possono ricavare per ora e per il futuro.
E’ giusto rilevare che, al momento, non sembra essere questa la strada maestra che si intende percorrere: si è vissuta una fase di grande contrapposizione, si sono prodotte lacerazioni e separazioni pesanti, e forse la materia da incandescente che era , resta tuttora molto calda per essere maneggiata agevolmente. Tuttavia sarà obbligatorio passare di qui, poiché non esistono alternative o, perlomeno, non ne esistono di credibili.
Vi sono tre tipi di convenienze che dovrebbero far riflettere e consigliare per il meglio i protagonisti della vicenda:
una convenienza aziendale: ristabilire relazioni sindacali normali è condizione di agibilità concreta per il buon esito degli investimenti;
una convenienza per i sindacati firmatari dell’intesa: siccome il referendum non è il punto d’arrivo della gestione negoziale del futuro di Mirafiori, bensì quello di partenza, favorire la ricostruzione di una rappresentanza completa dei lavoratori, crea una condizione che sicuramente fa lievitare il potere contrattuale del Sindacato; e comunque sottrae le strutture firmatarie da una pressione esterna che ne mettesse costantemente in forse la piena legittimazione;
c’è, infine, una convenienza per la FIOM: che esce sconfitta numericamente, ma che ha comunque condotto una battaglia che ha visto convergere sulle proprie posizioni il triplo dei voti rispetto al numero dei suoi iscritti in FIAT Mirafiori
Ora, per i metalmeccanici della CGIL si presenta l’occasione per compiere una scelta di campo. L’alternativa è tanto semplice, quanto impegnativa: o utilizzare il risultato per insistere su una posizione antagonista, o gestirne la valenza per costruire in proiezione futura le basi di un nuovo negoziato nelle nuove condizioni. Probabilmente è in questa ottica che si muove l’invito della CGIL confederale rivolto alla FIOM a “stare in fabbrica” in ciò implicitamente registrando una critica alla propria federazione di categoria per avere, a suo tempo, abbandonato il tavolo delle trattative.
Queste sono – a grande linee e con una certa dose di sommarietà – le implicazioni squisitamente sindacali che dal referendum della scorsa settimana si impongono alla nostra attenzione.
Ma l’intesa di Mirafiori sollecita approfondimenti di natura più vasta che chiamano in causa il ruolo di Governo e Parlamento e quindi della politica sul piano nazionale; ed in modo sempre più cogente il ruolo della politica, ed anche delle forze sociali, sul piano Sovranazionale.
Sul primo: è risultato evidente che il Governo italiano o si è tenuto a debita distanza  dalla vicenda FIAT, o quando se ne è interessato (penso ad esempio al ministro del welfare) lo ha fatto “ tifando “ esplicitamente per la posizione datoriale sostenuta da Sergio Marchionne, fino ad incassare – da parte di quest’ultimo – il placet eventuale all’abbandono dell’Italia da parte nientemeno che del capo del Governo. Non si capisce bene se sia meglio ridere o piangere per tali comportamenti… in ogni caso sarebbe bene che le giuste rimostranze venute dall’opposizione si sostanzino in iniziative tanto rapide, quanto concrete. Iniziando con il rimettere al centro delle iniziative delle Camere le proposte di legge presentate, e sinora dormienti, sulla rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro. Di qui potrebbe venire un sostegno effettivo al ristabilirsi – in ogni luogo di lavoro- di forme corrette nelle relazioni industriali e sindacali, che toglierebbero alibi e tentazioni a chiunque intenda inseguire la chimera delle gestioni unilaterali o addirittura  selvagge delle conduzioni aziendali.
In ultimo, ma solo perché è quella più importante, esiste la necessità (oramai inderogabile) di misurarsi con cause, svolgimenti ed effetti della globalizzazione.
Risulta sempre più evidente che su questo terreno i poteri finanziari e capitalistici siano molto più avanti, molto più organizzati, molto più aggressivi, di quanto lo siano la politica, i cittadini e il lavoro.
Il paradigma che si va sempre più esplicitando è che le opportunità positive che pure la globalizzazione offre vengano sfruttate da chi detiene la ricchezza, mentre i contraccolpi negativi che essa produce si dovrebbero ripercuotere solo su produttori e consumatori. Insomma la globalizzazione da un lato dovrebbe servire a gonfiare i profitti, e dall’altro a livellare sempre più verso il basso le condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne.
Di fronte a tale stato di cose si fa difficoltà a pensare che la risposta , la voglia di opporsi alla fatalità di questi esiti, possa venire fabbrica per fabbrica o anche categoria per categoria…
E’ questo che chiama in causa tutte le organizzazioni, quelle politiche e quelle sociali, che sono nate sul piano europeo e mondiale proprio per mettere a fuoco l’ esigenza  di ridefinire – almeno a livello di Unione Europea - una carta dei “diritti indisponibili” dei cittadini e dei lavoratori in una contingenza storica che – sulla base di presunte costrizioni oggettive - li sta rimettendo in discussione uno per uno, e tenta di strumentalizzare risultati parziali (in questa o quella azienda, in questo o in quel Paese) per proiettarli su vasta scala, fino a farli divenire costrittivi dovunque.
Come si vede c’è molta materia per riflettere, ma soprattutto c’è urgenza di agire.