Avanti della domenica

N.2 del 23 gennaio 2011

Nel referendum Fiat una lettura offensiva e inaccettabile. Il no degli eroi, il sì dei servi
Riccardo Nencini - Non ci sono i lavoratori ‘buoni’ e quelli ‘cattivi’
mercoledì 19 gennaio 2011

Riccardo Nencini

La vittoria dei sì al referendum di Mirafiori è un dato inconfutabile.
La cornice democratica in cui si è svolta la consultazione non è mai stata sul punto di spezzarsi, nonostante le tensioni. Gli strumenti della democrazia funzionano ancora: la maggioranza vince, anche se si tratta di una maggioranza non eclatante.
Maggioranza che, però, non può essere definita da nessuno composta da lavoratori di serie B.
In una parte dell’Italia deborda un pericoloso assioma secondo il quale talune opinioni valgono meno di altre, hanno minore dignità ed un peso insignificante quando si traducono in voti.
Sulla vicenda di Mirafiori questa logica è illuminante, soprattutto per il lavoro fatto da larga parte dell’informazione italiana: considerare il no degli eroi ed il sì dei servi.
Una lettura offensiva ed inaccettabile.
È il solito vecchio espediente propagandistico che a sinistra trova ancora evangelisti pronti a divulgarlo. Questo filo va spezzato perché è un tarlo che mina la nostra libertà e i pilastri su cui si regge la democrazia.
Non servono né estremismi di matrice sindacale o politica che ripropongano la logica del conflitto di classe né interpretazioni trionfalistiche del risultato tali da dimenticare il punto centrale della questione: con un accordo che segna una nuova logica di rappresentanza si apre una stagione di accresciute responsabilità per tutti gli attori in campo. Per i lavoratori e per i vertici dell’azienda, che hanno ricevuto il mandato di rilanciare la più importante industria italiana.
È una sfida da cui dipende buona parte della ripresa economica del Paese e che si vince puntando sull’innovazione, sul talento, su idee e persone nuove, sulla tecnologia.
È indispensabile capire quanto prima i termini del piano industriale Fiat, le strategie per rimettere sul binario della competitività una fabbrica che rischia altrimenti di essere superata e doppiata dai competitori del mercato globale. E non per colpa delle relazioni industriali.
In un simile contesto il Governo non può essere terzo né tantomeno sostenere acriticamente la Fiat, ma deve favorire un incontro tra azienda e sindacati per aprire una pagina nuova nel campo della rappresentanza, nella quale nessuno dei soggetti sindacali deve rimanere escluso.
L’accordo sancito dal referendum non è un punto di arrivo, ma deve essere un nuovo inizio: è un accordo che nasce dalla consapevolezza che l’Italia ormai, per usare il gergo automobilistico, batte in testa. Viviamo in un Paese che non è competitivo, ai margini dell’Europa e irrilevante nelle dinamiche della globalizzazione.
Occorre perciò reinterpretare, innovandola, la filiera dei diritti, diritti da bilanciare con la responsabilità, con il merito, con il rigore. Occorre farlo guardando in faccia Marchionne e al tempo stesso senza portare alcun tributo all’altare di chi vuole la divisione tra lavoratori buoni e lavoratori cattivi.