Alberto Benzoni
Matteo Renzi (mi esprimo a titolo personale) è vuoto come una campana fessa. Ma è sicuramente furbo e ha perciò calcolato con cura i pro e i contro della sua visita ad Arcore.
Questi ultimi hanno un effetto limitato nel tempo: sintetizzandosi nel fastidio di molti per un atto di piaggeria non richiesta. Mentre i primi potrebbero essere più duraturi e sostanziosi: traducendosi nel riconoscimento, da parte dell’Avversario (?), del ruolo che il sindaco di Firenze si appresta a svolgere per il rinnovamento della sinistra.
Una valutazione oggettivamente corretta. Ma semplicemente perché, qui ed oggi, la sinistra italiana non è una sinistra normale. In una sinistra normale, volta cioè a sconfiggere politicamente Berlusconi e il suo sistema, il gesto del Nostro gli avrebbe gravemente nuociuto. Se, invece, non ne ha affatto, anzi, ostacolato l’ascesa, è perché la passione prevalente tra di noi non è quella di rottamare l’altro ma piuttosto quella di rottamare noi stessi, dirigenti, partiti, istituzioni e chi più ne ha più ne metta.
Ora, da dove nasce questa pulsione autodistruttiva? Lo scontro a sinistra, si sa, è cosa secolare. Ma quello che ci interessa qui è la versione successiva alla rivoluzione di Tangentopoli. Dove, allo scontro tra partiti si sostituisce quello tra sensibilità. In questo quadro il precursore dei Renzi e dei Vendola è sicuramente Nanni Moretti.
Suo è, infatti, il “dì qualcosa di sinistra”; come anche il “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Nel primo caso si sancisce, una volta per tutte, il principio che l’essere o meno, di sinistra non si misura sulle proposte che si formulano o sulle strategie che si adottano (insomma sul “fare”) ma piuttosto sulle dichiarazioni che si fanno (appunto sul “dire”). Nel secondo, poi, si attribuiscono, appunto, gli insuccessi della sinistra a dirigenti che, sul piano delle dichiarazioni, risultino manchevoli (e cioè non abbastanza radicali).
Sino ai primi anni duemila, la “sinistra di governo” appare colpevole di insufficiente antiberlusconismo. Non basta, infatti, censurare l’uomo pubblico e la sua azione di governo; occorre di più, contestare in radice la persona e le connessioni mafiose e stragiste che ne hanno propiziato l’entrata negli affari e in politica e la minaccia permanente che rappresenterebbe per le libertà democratiche.
E’ questa la linea del giustizialismo girotondino. Ed è una linea che non porterà molto lontano. Alla “leggenda nera” del “grande criminale” il Cavaliere contrapporrà, infatti, e con crescente successo, quella del “grande perseguitato”. Nell’un caso e nell’altro si mobiliteranno centinaia di migliaia di fan; ma l’effetto politico netto sarà vicino allo zero.
E allora, a partire dalla seconda metà del decennio, le tensioni così alimentate deflagreranno rovinosamente all’interno della coalizione di centrosinistra. In un ambiente psicologico perverso alimentato dallo “sconfittismo” e dalla conseguente ricerca del “nemico interno”. Per dirla in parole povere, il centrodestra si ritiene oramai imbattibile, e non per suo merito ma per inferiorità congenita dell’opposizione; un’inferiorità che riguarda i suoi gruppi dirigenti e le sue stesse istituzioni. Può sembrare paradossale che, a questo punto, la “sinistra del dire” non ritenga più prioritaria la rottamazione del sistema berlusconiano. Ma, a ben vedere, la sua posizione è più che logica; chi ritenga, infatti, che la sinistra, così com’è, sia di per sé votata alla sconfitta, deve avere come compito prioritario quello di contestarla radicalmente.
Scompare, allora, e non a caso, nella nuova narrazione la centralità dell’antiberlusconismo. Così, il 14 dicembre viene visto non come una battuta d’arresto; ma come esito necessariamente catastrofico di una battaglia che non doveva nemmeno essere iniziata. Altri, secondo Vendola (con l’aggiunta dei Bertinotti e dei Cofferati, opportunamente risuscitati), sono gli avversari, anzi i nemici. Sono i Marchionne e i Tremonti, simboli viventi, assieme a molti altri di una globalizzazione da contestare in blocco. Qui, la “sinistra del dire”spara a salve; perché non ha alcuna strategia concreta da proporre e, men che meno, soluzioni da offrire. Ma ciò non le importa poi tanto. Perché l’avversario da battere, quello che può essere concretamente colpito, non sono i “nemici di classe” vecchi (Marchionne, Tremonti, la Confindustria) e nuovi (la Cisl e la Uil) ma piuttosto la possibile sinistra riformista, sull’asse Pd-Cgil.
Su questa base, naturalmente, non sarebbe possibile, nessuna intesa tra Vendola e i “rottamatori interni” del Pd. Veltroni e gli ex popolari, gli ulivisti delusi e gli arrampicatori impazienti sono tutti sostanzialmente dei moderati, nello specifico a metà strada tra Cgil e Cisl-Uil. Ciò che li porta ad essere “compagni di strada” del governatore della Puglia è, allora, l’ostilità nei confronti del Pd e del suo gruppo dirigente, nutrita, per dirla tutta, di un insieme di ambizioni insoddisfatte, vanità ferite, delusioni intellettuali, in cui si stenta a vedere una comune visione politica.
E sarà allora Vendola ad offrire ai rottamatori interni il materiale su cui lavorare. E sarà quello, opportunamente riadattato alla bisogna, del nuovismo anni novanta. Paese reale contro paese legale; cittadini contro il palazzo; popolo di sinistra contro i partiti (e i sindacati…) incapaci di rappresentarlo anzi di ascoltarlo perché chiusi entro le logiche di apparati di potere autoreferenziali e via discorrendo.
Per il Pd e il suo gruppo dirigente, una minaccia mortale. Si tratta di sapere, allora, se questo sarà in grado di raccogliere la sfida. Allo stato, la risposta è no. Naturalmente non si tratta di una risposta definitiva; perché la partita è ancora tutta da giuocare.