Luca Cefisi
“Non è la fame”: così ci scrivono in questi giorni i compagni del Fronte delle forze socialiste algerine, una formazione politica dalla storia limpida e coraggiosa.
Il loro timore è che si crei, per l’Algeria, come anche per la Tunisia, un ennesimo luogo comune mediatico, quello dei “moti per la fame” che indichino disagio socio-economico, in qualche modo comprensibile e che non turba i sonni dell’Europa, non sono forse questi dei “Paesi poveri”?
No, ci scrivono i compagni algerini, l’Algeria è un paese infelice e sfortunato ma non povero, e i moti in corso sono moti politici, e vanno letti come l’esito della mancanza di libertà e democrazia.
In questo, l’Europa ha gravissime responsabilità: sin dall’ormai lontano 1991, quando le forze armate per difendere la democrazia annullarono la democrazia, annullarono la democrazia stessa, spingendo il partito islamico nella clandestinità, ed avviando una spirale di violenza ed estremismo che, da un lato, vide la formazione di gruppi armati islamisti sempre più violenti e incontrollabili, fino alla saldatura con Al Qaeda, dall’altro la soppressione della libertà e la costituzione di un regime militare. L’Europa digerì tutto questo, nel nome della “laicità” (spesso un pretesto, nei paesi arabi, per coprire una gestione fintamente illuminata e paternalistica del potere) e nella lotta al “fondamentalismo”, sebbene una ricerca storica su chi abbia ucciso chi nei massacri della guerra civile algerina potrebbe far emergere verità imbarazzanti su responsabilità incrociate nei diversi e numerosissimi crimini (comunque certo in gran parte di marca islamista). In particolare, lo digerimmo in Italia, perchè i nostri (importanti e non disprezzabili in sé) interessi economici nelle fonti energetiche algerine hanno reso i nostri governi alquanto poco schizzinosi su chi e come governasse ad Algeri.
Quello algerino rifiutò nel 1995 la proposta di negoziato promossa dall’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio, e condusse invece una propria normalizzazione interna che certamente, dal 1995 in poi, ha gradualmente riportato il Paese almeno formalmente negli schemi della democrazia elettiva, anche se alcune rilevanti forze politiche ancora non partecipano alle competizioni elettorali. Eppure, ci scrivono oggi i socialisti del Ffs, “la televisione è dominio ufficiale del potere, le associazioni e la società civile sono, in generale, imbavagliate o strumentalizzate. Nelle stessa Algeri, è praticamente impossibile tenere un sit-in, una riunione ogni altra attività che richieda una sala o altri spazi (se non si fa parte delle forze di governo o dell’opposizione “ufficiale” n.d.r.). Togliere lo stato d’emergenza, ristabilire le libertà civili, aprire i mezzi d’informazione, garantire il diritto di associazione e manifestazione”. Il Ffs vede nei contemporanei moti tunisini un altro annuncio di un futuro possibile, di un risveglio della democrazia magrebina.
E’ una voce flebile, di un piccolo partito, che viene di solito accolta con un’alzata di spalle (ah, questi socialisti algerini, intellettuali, filoberberi, rompiscatole…). Ci piace qui riportarla e diffonderla per quanto possiamo, perchè è una voce che rompe il senso comune stabilito per comodità e paternalismo che vuole che finchè un regime è “laico” tutto va bene madama la marchesa. Finchè i cattivi sono gli “islamici”, il cui contenimento giustifica tutto ed è alibi per tutto, va ancor meglio. Vorremo mica pretendere ad Algeri, Tunisi, Cairo, la stessa democrazia che esigiamo a Parigi, Roma o Atene… che ingenuità ! che estremismo !