Nicola Zoller
Di questi tempi, forse una buona lettura che indaga sull’Italia dei primissimi anni del XXI secolo può contribuire più di altra cosa al confronto politico.
“Sinistra e destra”, una ricerca edita da il Mulino a cura di P. Catellani e P. Corbetta, non si occupa di idee ma di cosa significa essere di sinistra o di destra dal punto di vista degli elettori. E’ un’inchiesta che fa riflettere anche sui guasti prodotti in questo ventennio dall’antipolitica. Un tempo l’appartenenza sociale, la pratica religiosa, la regione d’appartenenza potevano determinare il comportamento politico.
Con l’avvento della seconda Repubblica in Italia si sono rafforzati gli aspetti individuali e indeboliti quelli collettivi: per cui è difficile orientarsi sia per i ricercatori sociali sia per i singoli cittadini.
Questi ultimi sembrano essere stati indotti dal nuovo sistema politico-elettorale “bipolare” comunque a scegliere tra destra e sinistra: eppure da questa ricerca appare che il 38,7 % delle persone intervistate “rifiutano di collocarsi lungo la dimensione sinistra-destra”, contro il 26,5% di persone dichiaratesi di sinistra, il 25,5% di destra e il 9,3% di centro.
Inoltre circa il 50% delle persone non si riconoscono - come un tempo - in definizioni politicamente “puntuali” e ancora ben correnti a livello europeo quali “liberale”, “democratico-cristiano”, “socialista”… L’inchiesta de il Mulino alla fin fine riesce a descrivere alcune discriminanti tra destra e sinistra.
Indagando le reazioni al classico “pregiudizio” nei confronti degli immigrati, emerge che il livello di pregiudizio è più basso negli intervistati di sinistra, mentre valori più alti sono stati rilevati in quelli di destra, ma parimenti anche negli intervistati “politicamente non collocati”.
Si è indagato poi sul senso di “efficacia” politica, cioè sulla convinzione degli intervistati di avere la “capacità diretta di fare” e portare a compimento dei progetti politici ovvero di dover “lasciar fare”. Risulta che gli intervistati dichiaratisi di sinistra mostrano un senso di efficacia politi
ca più elevato.
Gli elettori di destra e centro ne mostrano uno più basso, infine i “non collocati” uno più basso ancora: entrano qui in gioco probabilmente discorsi di adesione a valori tradizionali e di mantenimento delle gerarchie esistenti, oppure di sfiducia nelle possibilità di cambiamento.
Altro indicatore discriminante – fondamentale in un sistema democratico – è costituito dalla verifica su “l’interesse per la politica”: gli intervistati di sinistra manifestano l’interesse più elevato, seguiti da quelli di centro e di destra; decisamente distanziati appaiono invece i “non collocati”.
Se possiamo esprimere una valutazione schematica su questa ricerca, dobbiamo riconoscere che essa fa emergere più chiaramente la conoscenza su una categoria di persone meno indagate: quelle politicamente “non collocate”che rappresentano – come abbiamo segnalato – la maggioranza relativa, caratterizzate da alti livelli di insicurezza collettiva e individuale, da elevato pregiudizio verso le persone e i gruppi diversi da se stessi oltre che da una sfiducia enorme verso la politica e la propria personale possibilità/capacità di intervenire sul suo svolgimento.
Emerge un messaggio basilare per tutta la politica, specialmente per coloro che hanno a cuore il sistema democratico: bisogna ridurre le situazioni di incertezza collettiva e personale, a partire dalla sicurezza del posto di lavoro e dagli altri problemi di sicurezza riguardanti l’ordine pubblico e la convivenza civile.