Stefano Bettera
La scelta del PSI di lanciare un’iniziativa sui diritti è certamente una sfida importante che offre al nostro partito una grande opportunità ma anche una responsabilità. È una battaglia politica “in salita”, una battaglia culturale, soprattutto in Italia. È anche una scelta di fermezza sui principi che va oltre una generica prospettiva di solidarietà.
Una vera rivoluzione del buon senso, capace di lasciare un segno tangibile e di ripensare globalmente il nostro sistema di vita. Lavoro, legalità, ambiente, pari opportunità, buona amministrazione e immigrazione sono i possibili campi di intervento per un’azione di difesa e ridefinizione dei diritti. Il susseguirsi delle crisi economiche e climatiche negli ultimi anni stanno seriamente mettendo in discussione l’efficacia di un modello sociale che molti credevano il migliore possibile. Chi ancora sostiene che il modello attuale di società sia in grado di offrire le migliori condizioni di vita possibili semplicemente per il solo fatto di garantirle sulla carta a tutti non può che scontrarsi coi fatti.
Il professor Jerry Cohen, filosofo all’Università di Oxford, ha ideato un esperimento che aiuta a comprendere i meccanismi di una società dove i diritti non sono tutelati. Immaginiamo che vi siano tanti bigliettini distribuiti casualmente e su ciascuno di questi vi è indicato un diritto, un diritto qualunque: il diritto di curarsi al meglio, di avere acqua a sufficienza, di viaggiare liberamente da un paese all’altro o, semplicemente, di comprare i beni che più si desiderano in un supermercato. L’azione che è descritta su ogni bigliettino non rappresenta un obbligo ma una possibilità ed ogni bigliettino rappresenta un limite, un confine, la misura in cui si è liberi o meno di fare qualcosa: se, infatti, si cerca di compiere un’azione che non è descritta sui bigliettini in proprio possesso, la legge interviene per impedirlo.
Quanti più biglietti si posseggono tanto più aumenta la possibilità di compiere svariate azioni. È esattamente ciò che avviene nelle nostre società: quei bigliettini sono la metafora del denaro, dell’uso che ne facciamo e di come questo ci consente o meno di accedere ad alcune libertà. Di poter vivere in una casa dignitosa, di acquistare i beni primari necessari ad una sana alimentazione, di garantire un futuro ai figli e persino, in molti casi, di avere diritto alle cure mediche adeguate o, perlomeno, nei tempi adeguati. Tutti diritti che spariscono in assenza di denaro.
Chi è senza una lavoro e quindi senza denaro, è senza diritti. In molti casi non ha neppure voce. Spesso non esiste. Esattamente come i profughi immigrati che si muovono dai propri paesi per disperazione e per fame, chi vive nelle nostre società senza possedere neppure un bigliettino, non conta nulla e gode unicamente della possibilità di non fare nulla. Ormai questa condizione riguarda in modo trasversale gran parte della popolazione italiana e richiede un ritorno ad un impegno, ad una politica capace di concretezza, di risposte ma anche di prospettive. Richiede, appunto, una rivoluzione, la rivoluzione del buon senso che parta proprio dai diritti. L’urgenza è testimoniata dagli immigrati asserragliati sulla torre a Brescia, dai senzatetto morti di freddo in questi giorni, dalle migliaia di lavoratori precari, dai giovani delle università che salgono sui tetti per difendere il diritto allo studio e ad avere un futuro, dalle discriminazioni ai danni di donne e omosessuali, dai bambini e anziani cui il Comune di Milano taglia i sussidi e posti negli asili, dalle file di nuovi poveri che chiedono un pasto caldo nei centri della Caritas. Lo testimonia il numero sempre crescente di suicidi in carcere, di malati che non hanno la possibilità di scegliere se curarsi o morire in un letto di ospedale quando la sofferenza toglie qualunque dignità alla vita stessa.
A questi italiani senza diritti la politica deve restituire una voce. Primi fra tutti i socialisti. Perché queste persone, questi cittadini, sono una nostra responsabilità.