Avanti della domenica

N. 44 del 19 dicembre 2010

Una forza xenofoba, indifferente o avversa ai valori della unità nazionale
Giuseppe Micicchè - Lega, un pericolo sottovalutato
mercoledì 15 dicembre 2010

Giuseppe Miccichè

Con frequenza crescente sorge in noi un dubbio: forse ci si è troppo attardati a considerare non pericolosi per l’unità nazionale affermazionie atti dicui sono autorida un ventennio a questa parte esponenti di primo piano della Lega.
I motivi che lo giustificano non sono né pochi né di scarso rilievo. Tra slogan, dichiarazioni e atti sempre coperti dalle forze politiche di destra per calcoli di potere, e contemporaneamente – col silenzio, la scarsa attenzione o l’insufficiente risposta –dalle forze di centro e di sinistra, si è giunti, un passo dopo l’altro, a una situazione che ci appare sotto ogni aspetto pericolosa.
La nascita e l’iniziale sviluppo del movimento leghista negli anni 90 del secolo scorso sono stati spiegati, com’è a tutti noto, quale espressione di insofferenza di parte della gente del nord, in particolare del Veneto, nei confronti del sud del paese
A un nord attivo, produttivo, trainante l’economia generale i Miglio, i Bossi, i Calderoli hanno contrapposto un sud lento, passivo, assistito,sprecone, regno della mafia, palla al piede e impedimento di un migliore sviluppo del paese che altrimenti si potrebbe avere con assoluta certezza.
Nel volgere di pochi anni la Lega, grazie a una martellante propaganda su pretesi caratteri distintivi - etnici, storici, culturali, ecc. delle regioni e del popolo del nord- e alternando alleanze con altre forze di centro-destra a posizioni autonome senza chiusure nette e definitive, ha conseguito un forte radicamento nel territorio, che ha cominciato ad esprimersi concretamente con buone affermazioni sul piano elettorale.
Più tardi essa ha definito ulteriormente i propri caratteri, contrapponendo più insistentemente il nord al sud nell’intento di fare emergere nel contesto nazionale “la Padania” rispetto alle altre regioni attraverso riti fantasiosi l’ampolla dell’acqua del Po), riferimenti a vicende medievali (i comuni contro il Barbarossa), ecc. e, rendendo più stabile la propria alleanza col partito di Berlusconi, ha raggiunto una presenza ragguardevole sotto l’aspetto organizzativo e percentuali, sul piano elettorale, abbastanza elevate.
Al sempre maggiore radicamento territoriale nelVeneto, in Lombardia e nel Piemonte, con tendenza all’espansione in nuove aree (l’Emilia-Romagna e la Toscana) si è accompagnata una più netta definizione dei caratteri di forza indifferente o avversa ai valori della unità nazionale, xenofoba, ecc. ecc., attraverso una lunga serie di slogan e dichiarazioni (celebrazione del 150° dell’unità “senza senso” e da disertare, Roma ladrona, romani porci, milioni di lombardi e veneti pronti a usare fucili e cannoni, tricolore da usare per la pulizia personale), e atti (sostituzione di “va’ pensiero” all’inno di Mameli, istituzione di volontari del soccorso senza tricolore, apposizione di simboli celtici nella scuola, ecc. ecc. )
Parole e atti che in passato abbiamo considerato inammissibili e alcuni addirittura reato come l’istigazione alla secessione, il vilipendio alla bandiera, sono ormai di uso frequente nel Parlamento, sulla stampa, nei programmi televisivi, e vengono considerati battute e comportamenti privi divalore politico, lontani dal codice, semplice espressione del folclore padano.
Entrati lentamente nel comune sentire della gente, hanno determinato una rottura psicologica della unità del paese.
Per qualche tempo abbiamo sperato nell’adozione di provvedimenti volti a imporre le dimissioni a certi ministri chiaramente privi di amor di Patria, irrispettosidi milioni di compatrioti, e a fermare parlamentari, amministratori, giornalisti autori senza vergogna di dichiarazioni, proclami e atti antiunitari.
Sempre però siamo rimasti delusi, mentre i vari Bossi, Borghezio, Calderoli hanno continuato impunemente a deliziarci (si fa per dire…) con le loro sfrontate esternazioni, inevitabilmente foriere, nel sud, di scarsa simpatia per un nord accusatore, diffidente, ostile, chiuso nel proprio egoismo.
A lungo andare, in assenza degli opportuni interventi e con il consenso o il silenzio di quanti, a vario titolo, istituzionale, politico, culturale, avrebbero dovuto impedirlo, rischiamo di trovarci un giorno forse non lontano di fronte a una rottura proclamata, a una separazione reale dal resto del paese di regioni per la cui unione alle consorelle in una Patria comune dal primo al secondo Risorgimento centinaia di migliaia di giovani hanno sacrificato la propria vita. Ma allora forse sarà troppo tardi per rimediare.