Alberto Benzoni
Cosa accadrà dopo il 14 dicembre? Gli scenari possibili sono quattro. In ordine di tempo: una ricomposizione della maggioranza di centro-destra sotto l’egida di Berlusconi; una ricomposizione della stessa, ma senza Berlusconi; una qualche forma di unità nazionale (all’insegna dell’”armistizio”, della “normalizzazione” o della “ricostruzione”); e, infine, nuove elezioni.
Prima di esaminarne la praticabilità è bene ricordare che il giudizio sulla crisi ha diviso sin dal principio gli “osservatori esterni” e gli “insider del palazzo”. I primi da sempre convinti che lo sbocco finale dello scontro Berlusconi-Fini fossero le elezioni anticipate, i secondi altrettanto convinti che la legislatura fosse, comunque, destinata a durare. Ed è bene porre alla nostra attenzione le ragioni di questo diverso e pregiudiziale giudizio.
Così, gli “insider”sono molto attenti a due elementi oggettivi. Il primo è il desiderio “elementare e alimentare” di un grandissimo numero di parlamentari di non sottoporsi ad una nuovo cimento elettorale con l’attuale legge. Il secondo è l’estrema debolezza della potenziale coalizione antiberlusconiana: con l’asse Fini-Casini che non osa ancora dire ad alta voce, traendone le necessarie conseguenze, che il problema non sta nell’inefficacia dell’azione del governo quanto nell’asse Berlusconi-Bossi che lo domina in modo assoluto; e con un centrosinistra che, incerto tra un ‘apertura al centro di cui non sembra in grado di pagare i prezzi e la riproposizione dell’Unione che subisce senza volerla, è ridotto ad un pressoché totale nullismo politico in cui prospera, non a caso, la volgarissima specie dei rottamatori.
Così, invece, gli “osservatori esterni” percepiscono l’importanza della soggettività con la relativa componente di irrazionalità. Parliamo del carattere “irrimediabile” dello scontro Berlusconi-Fini; e soprattutto della convinzione viscerale del primo che l’attuale “sistema” si identifichi con la sua persona e non abbia perciò alternative all’interno del centro-destra mentre è perfettamente in grado di superare la prova elettorale contro un’opposizione debole e divisa.
Con questi due schemi interpretativi a disposizione, possiamo ora tornare ai nostri scenari.
Si noti che i primi due (diciamo il reincarico in caso di fiducia anche alla Camera oppure, in caso contrario, il ricorso ad un’altra personalità designata dal Cavaliere) dipendono dalle valutazioni che farà il Nostro.
Oggettivamente, come pensano gli “insider”, tutto spinge verso una soluzione positiva. “Papi” vedrebbe riconfermato il suo ruolo di leader; Casini e Fini verrebbero “riconosciuti” come partner; il centro-destra si ricomporrebbe e si allargherebbe; mentre la sinistra avrebbe di nuovo il tempo per dedicarsi al suo (autodistruttivo) rinnovamento.
Soggettivamente (come pensa anche il sottoscritto) non si vede perché, dopo un umiliante passaggio parlamentare, Berlusconi possa essere indotto a praticare un’apertura al centro che ha sinora rifiutato. In quanto al “passo indietro”, questo contiene il rischio serio di vedere ridimensionato un “sistema” costruito nell’arco di quindici anni. Del resto, il Cavaliere ricorda benissimo quello che accadde nel 1993 a Craxi e nel 1994-95 a lui stesso. Nei due casi gli eredi designati - Amato e Dini - si “rivoltarono contro i loro benefattori”.
Se, allora (diciamo se) Berlusconi rifiuta e il reincarico e la designazione del successore, assisteremo al passaggio decisivo; quando la palla passerà, e senza vincoli, al Presidente. Napolitano potrà allora verificare se esistono le condizioni per fare un governo non “ribaltonista” (almeno nelle intenzioni) ma di unità nazionale; e su di un programma circoscritto nei contenuti e nel tempo. E, allora, tutto dipenderà dal “tasso di scongelabilità” del blocco Pdl-Lega (medio-alto o bassissimo a seconda dei due punti di vista).
Delle elezioni, infine, è bene non occuparsi. Perché, sicure o improbabili che siano, si tratta di una partita ancora tutta da giuocare.