Luigi Covatta
Sul Corriere della Sera del 10 dicembre Augusto Barbera, Arturo Parisi e Mario Segni rivolgono un caloroso appello all’opinione pubblica perché sappia distinguere fra berlusconismo e bipolarismo ed eviti di gettare il bambino con l’acqua sporca. Per la verità quasi sempre con l’acqua sporca si butta anche il bambino, come capitò nel 1993. E comunque uno degli argomenti da essi portato a sostegno della loro tesi -l’essere stato Berlusconi estraneo alla campagna referendaria dei primi anni ‘90- non è molto consistente, e rischia di tradursi in un errore storico e in uno concettuale.
Per limitarci alla nostra storia recente, per esempio, Nenni, che più di ogni altro volle la Repubblica e la Costituente, non si sognò mai di contestare il ruolo di De Gasperi, molto più tiepido nella fede repubblicana, nella formazione del nuovo sistema politico. E Nenni evitò anche l’errore concettuale di identificare la riforma istituzionale da lui promossa con le ragioni della sua parte politica: si coprì anzi del “velo d’ignoranza” che Rawls consiglia ad ogni costituente.
Dello stesso “velo d’ignoranza”, del resto, correttamente si coprirono anche Barbera, Parisi e Segni quando promossero i referendum: tanto che, quando poi si votò col maggioritario da essi voluto, si collocarono in tre posizioni differenti. Ora dovrebbero quindi prendere atto, con la stessa onestà intellettuale di allora, del fallimento di un sistema politico che principalmente sul bipolarismo si è fondato, e che è andato definitivamente in pezzi proprio quando ha imboccato l’ultimo chilometro della strada che dal bipolarismo doveva portare al bipartitismo.
Questa eterogenesi dei fini non si è verificata a causa del “destino, cinico baro” già evocato in occasione del fallimento di altri esperimenti di ingegneria elettorale. Si è verificata innanzitutto perché il bipolarismo, dove funziona, si fonda sulle radici secolari di forze politiche non improvvisate. E forse anche perché ormai in tutto l’Occidente la tradizionale dialettica destra-sinistra si intreccia con quella, nuova e inquietante, che distingue l’universalismo a cui aspira la politica dal particolarismo di cui si nutre l’antipolitica. Senza dimenticare che le scelte impopolari che la crisi mondiale impone consigliano di guardare con minore diffidenza alle grandi coalizioni, che fra l’altro in Germania funzionano piuttosto bene.
Questo non significa, ovviamente, manifestare nostalgia per la gran bontà de’ cavalieri antiqui della prima Repubblica: quel sistema politico è finito e non tornerà. Significa invece non identificare i mali della prima Repubblica con un sistema elettorale, e prendere atto che essi non sono stati sanati con un altro sistema elettorale. Revocare in dubbio il mito fondante del bipolarismo non significa neanche ignorare le novità prodotte dalla seconda Repubblica, che recentemente Biagio de Giovanni (A destra tutta, ed. Marsilio) ha individuato nel superamento del paradigma antifascista a cui si era conformata la prima: per cui la destra, precedentemente sussunta nel complesso sistema di mediazioni della DC, ha trovato una rappresentanza autonoma; e la sinistra ha dovuto prendere atto della sterilità della tradizione comunista una volta espunta dal sistema politico in cui si era formata. E’ giusto quindi pensare a una terza Repubblica senza accontentarsi di avere sostituito il “bipartitismo imperfetto” della prima con il bipolarismo altrettanto imperfetto della seconda. E c’è da augurarsi che a questa prospettiva non manchi il contributo di Barbera, Parisi e Segni.