Avanti della domenica

N. 43 del 13 dicembre 2010 speciale federalismo

Contro il neocentralismo applicato nei fatti, contro la politica del vantaggio ai più forti
Giovanni Crema - Chi ha più soldi vince sempre
mercoledì 15 dicembre 2010

Giovanni Crema

La strada tracciata dalla Costituzione per il federalismo nel nostro paese indica che i livelli essenziali delle prestazioni devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Ma i “livelli essenziali” devono ancora essere definiti e la manovra economica 2011-2012 ha come effetto sia tagli diretti ai Comuni sia tagli indiretti provenienti dalle Regioni, con evidenti ripercussioni sulla capacità dei comuni di salvaguardare un “sistema minimo” di servizi, a fronte di un bisogno crescente.
Quello che sta accadendo, mentre si discute di federalismo, rappresenta il più forte attacco all’autonomismo comunale e locale dai tempi del centrismo degli anni cinquanta. L’impennata centralista è dimostrata da numeri e percentuali inequivocabili che dimostrano la compressione dell’autonomia finanziaria, dalla manovra ingiusta e costosa sull’Ici, all’applicazione delle addizionali, alla gestione del Patto di stabilità.
Ci si è mossi, infatti, in un quadro sovrastante di controllo della spesa e di riduzione dei costi della pubblica amministrazione di dubbia e ridotta efficacia e comunque con scelte fortemente lesive di peculiari competenze regionali e locali, non da ultimo contenute anche nella recente manovra economico-finanziaria.
I Decreti legislativi di attuazione del federalismo fiscale presentano molte carenze o sono delle scatole ancora vuote. Essi rinviano a successivi studi ed elaborazioni che li sottraggono sostanzialmente ad ogni controllo politico e parlamentare; quindi sono pieni di incognite.
In sostanza, non vorremmo che su questo terreno si alimentasse una pericolosa tensione tra Regioni del Nord e regioni del Sud; oppure, al contrario, che non cambi nulla perché si allarga il numero delle Regioni prese a riferimento fino al punto che il parametro standard si avvicina alla media nazionale.
Ad inizio settembre, denunciammo la conferma (nello schema di decreto legislativo sul federalismo municipale) dei tagli ai trasferimenti erariali decisi con la manovra estiva (contrariamente agli impegni assunti nero su bianco dal Governo) e il rischio di un ammanco di risorse superiore al miliardo di euro legato all’introduzione della cedolare secca sugli affitti. Ora arriva l’autorevole conferma del Servizio Studi della Camera dei Deputati: la cedolare secca sugli affitti - il cui gettito verrebbe attribuito dal 2011 ai comuni - rischia di aprire una vera e propria voragine nei bilanci comunali. In termini di competenza la perdita è pari a 525 milioni di euro nel 2011. A questa cifra va aggiunto l’ipotetico recupero di evasione, che la Relazione tecnica del governo quantifica in ben 440 milioni di euro per il 2011. Risorse virtuali ed assai incerte.
Se al possibile ammanco di risorse legato alla cedolare secca sommiamo il taglio (certo) dei trasferimenti - pari ad 1,5 miliardi di euro nel 2011 e 2,5 miliardi dal 2012 - il quadro che emerge è assai preoccupante: il ridisegno della fiscalità municipale delineato dal Governo parte appesantito da una secca riduzione delle risorse attribuite ai comuni e poggia su basi finanziarie assolutamente precarie.
Sono problemi seri, che rendono necessaria una profonda revisione del decreto, a partire dalla previsione di clausole di salvaguardia più efficaci per i primi anni di avvio del nuovo ordinamento.
L’impressione generale è che la riforma vada avanti per compartimenti stagni, che non comunicano tra loro.
Il decreto sulla fiscalità municipale è nel complesso, una riforma con poca sostanza. Unica vera novità: l’introduzione della cedolare secca. Per il resto, sul piano del sistema di tassazione immobiliare, un’operazione di facciata dettata dall’obiettivo di attribuire tutta l’imposizione immobiliare ai Comuni e di “semplificare” a tutti i costi, senza cogliere l’occasione di per mettere mano ad una riforma concreta.
Sul piano del federalismo, un intervento poco coerente con l’impianto della legge delega, non in grado di garantire programmabilità del bilancio, con elementi di ambiguità rispetto alle modalità della perequazione e soprattutto che non ricostruisce la necessaria corrispondenza tra beneficiari della spesa pubblica e cittadini chiamati a sostenerne i costi.
Sulla fiscalità regionale, lo schema di decreto non è rivoluzionario. Conferma il menù di tributi oggi disponibili alle Regioni: Irap, addizionale Irpef, compartecipazione Iva. Riconosce qualche spazio di manovrabilità aggiuntivo ma allo stesso tempo, in modo vagamente schizofrenico, lo costringe sotto la cappa di quello che  rimane l’obiettivo fondamentale del governo: “non aumentare la pressione fiscale generale”.
Più in dettaglio, l’Irap è pienamente confermata almeno “fino alla data della sua sostituzione con altri tributi”, a conferma che questa imposta, pur non essendo nelle corde del governo, non è facilmente rimpiazzabile. Viene ampliato il margine di manovrabilità dell’aliquota da parte della Regione ma soltanto verso il basso, fino al limite al totale azzeramento dell’imposta.
Sul sistema perequativo delle Regioni lo schema di decreto aggiunge poco a quanto detto dalla legge delega sul federalismo fiscale. Scioglie qualche dubbio, non ne risolve altri, e suscita anche interrogativi aggiuntivi.
Se, come previsto, il fondo perequativo delle Regioni verrà attivato nel 2014 (e quello dei Comuni addirittura nel 2016!) cosa succederà da qui a quella data? I trasferimenti statali alle Regioni sono soppressi dal 2012 e, come detto sostituiti dall’addizione Irpef all’aliquota base: cosa succederà di questi gettiti? Saranno attribuiti alla Regione fonte dei redditi senza alcuna forma di (pseudo) perequazione?
Ma il vero problema è la ulteriore assenza della riforma in senso territoriale della seconda Camera, fondamentale per il riassetto complessivo di cui il nostro Paese ha bisogno. Non basta infatti aver proceduto ad un trasferimento di competenze legislative (riforma del Titolo V°), al tentativo di trasferire quelle amministrative (carta delle autonomie, ancora in discussione) e all’avvio del federalismo fiscale(con la legge delega 42 / 2009 e i primi decreti attuativi). Senza una seconda Camera federale all’interno della quale trovare una sintesi fra le istanze locali e quelle nazionali attraverso una ricomposizione degli interessi e degli eventuali conflitti fra i diversi livelli interessati, nella migliore delle ipotesi si rischia di procedere con un neo-centralismo di fatto che violenta e umilia qualsiasi velleità da parte delle autonomie locali e delle regioni.
Se la struttura ordinamentale è così debole quello che rischiamo di vedere attuato è un federalismo fiscale dei forti in barba all’equilibrio fra diversi livelli istituzionali. Un federalismo fiscale in cui vedremo applicato un “altro articolo quinto”, quello per cui chi ha i soldi vince sempre.