Avanti della domenica

N. 43 del 13 dicembre 2010 speciale federalismo

Oreste Pastorelli Responsabilità ed autonomia: queste sono le parole chiave che devono restare legate; responsabilità ed autonomia per fare, finalmente, la riforma federale dello Stato, non più rinvi
Rita Moriconi - Cultura e Welfare Regioni in prima linea
mercoledì 15 dicembre 2010

Rita Moriconi

“Tanti governi, di ogni colore politico, si sono succeduti negli ultimi anni. Tutti hanno avuto un unico denominatore: hanno tagliato i fondi per i beni culturali e non hanno avuto la saggezza e il coraggio di guardare più in là del contingente verso una prospettiva di lungo termine”. Queste non sono parole mie, sono quelle pronunciate da Corrado Passera, Consigliere Delegato di Intesa San Paolo, a Florens 2010, la rassegna internazionale dedicata ai Beni Culturali tenutasi recentemente a Firenze.
Sono parole pesanti come pietre ma che, alla luce dell’evoluzione recente del finanziamento pubblico ai Beni Culturali, si fatica a non condividere.
Specialmente poi se si dà un occhio all’elenco dei 232 Enti Culturali italiani che non riceveranno più i fondi statali e per i quali la chiusura non è una possibilità più o meno remota, ma un rischio concreto.
Io credo sinceramente che sia davvero tempo di smetterla di continuare a pensare che i tagli alla spesa pubblica debbano necessariamente partire dalla cultura, come se questo capitolo di bilancio rappresentasse null’altro che un accessorio di cui, in tempi di crisi, si può fare a meno come di un superfluo oggetto di lusso.
I fondi stanziati per i beni culturali nel 2010 sono circa il 2.25% del PIL in Francia, Inghilterra e Germania, contro lo 0,21% dell’Italia, che notoriamente possiede un patrimonio davvero sterminato. Ma non possiamo limitarci soltanto a guardare il dato in sé: se andiamo a fondo di quello 0,21% la situazione diventa quasi kafchiana: dai dati emersi da Florens 2010 si evince infatti che, dal 2000 al 2008, il Ministero dei Beni Culturali ha aumentato in maniera incredibile la spesa sui capitoli del Personale, Amministrazione ed Affari Generali, che è passata dal 4 al 24%  e, dato che non ci sono stati incrementi di bilancio, si sono spostati su quei capitoli di bilancio molti fondi prima destinati alla protezione dei beni culturali e paesaggistici che dal 51% sono passati al 30. Se si continua così tra pochi anni avremo sì tante persone assunte, ma non sapremo come occuparle visto che non avranno fondi da spendere: un vero capolavoro di sana politica aziendale!
Questa non è soltanto una battaglia per il bello: è una battaglia sul piano economico poiché per un Paese che ha il 40% del patrimonio culturale al mondo, non investire sulla cultura è un vero e proprio suicidio politico; è una battaglia in campo professionale in quanto spesso non si tiene conto che la cultura (e parlo chiaramente anche della creatività, della ricerca e della divulgazione) è una vera e propria industria che, solo nella mia regione, fattura milioni di euro ed occupa migliaia di persone. Tagliare sulla cultura significa eliminare dal mondo del lavoro non solo tante professionalità, ma anche tutto il loro indotto collegato.
Io credo che occorrerà ritrovare al più presto la consapevolezza che fare e sostenere la cultura è una priorità e non un accessorio del nostro vivere civile e la nostra Regione dovrà porsi in prima fila nell’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica su un tema che va ben al di là della pura e semplice conservazione dei Beni Culturali, ma mette in gioco il futuro del nostro Paese.
Ma il futuro del nostro Paese non si misura soltanto nello sviluppo delle politiche per la cultura ed i beni culturali, ma si misura anche nel saper mantenere alto, anche in tempi di crisi, il livello del nostro welfare, che poi, in parole povere, si traduce in particolare nella tutela delle fasce più deboli della popolazione.
La crisi economico-finanziaria ha evidenziato sempre di più, su tutto il territorio nazionale ed anche in Emilia Romagna - terra che è sempre stata esempio per molti ed è stata a lungo fautrice di un sistema di welfare garante e fautore dello sviluppo sociale ed economico - i limiti di un sistema di governo del territorio che finora è stato pubblico e solo pubblico.
Oggi siamo chiamati a cambiare decisamente il passo ed a fare un avanzamento nell’impostazione della gestione e della programmazione della spesa poiché la crisi, il patto di stabilità, i tagli esagerati ed indiscriminati di spesa corrente agli Enti Locali rischiano di mettere in ginocchio un sistema di welfare locale che finora ha garantito efficienti servizi essenziali alla popolazione. Il sistema di sicurezza sociale in Italia deve essere ridefinito. In questo contesto si innesta la questione del Reddito di Cittadinanza.
L’Italia, insieme alla Grecia e all’Ungheria, è l’unico Paese europeo a non prevedere un tale istituto.
L’assenza di uno schema di reddito minimo e di un’adeguata struttura di garanzie di base “non categoriale” e “non particolare”, portano il nostro Paese ad essere tra quelli che meno contribuiscono a ridurre le diseguaglianze e le segregazioni economico-sociali.
Dobbiamo fare su questo punto ‘massa critica’. Dovremmo elaborare una soluzione legislativa che possa essere comune - quanto meno nell’impostazione generale - a chi vive a Torino come a Palermo, organizzare una grande iniziativa nazionale e presentarla contemporaneamente in tutti i Consigli Regionali dove siamo presenti.
Propongo che su questo tema si possa al più presto costituire un gruppo di lavoro a livello nazionale che possa produrre un’ elaborazione condivisa ed una disegno di legge che il PSI propone a tutte le forze politiche presenti in parlamento.