Oreste Pastorelli
Responsabilità ed autonomia: queste sono le parole chiave che devono restare legate; responsabilità ed autonomia per fare, finalmente, la riforma federale dello Stato, non più rinviabile..
Il federalismo fiscale una riforma che, grazie all’attuazione della legge delega n. 42 del 2009, sta procedendo spedita, lungo un percorso che ha visto prevalere un clima di concreta ed effettiva collaborazione tra Governo e Associazioni degli enti locali.
E’ un processo complesso, e i primi passaggi dell’attuazione stanno avvenendo non senza qualche perplessità. Basti vedere il primo decreto legislativo attuativo, quello sul federalismo demaniale, che per le Province può rappresentare una occasione molto importante per valorizzare i territori ed aprire a nuove occasioni di sviluppo le proprie comunità.
Certo, non possiamo nascondere che sottraendo al trasferimento tutto il patrimonio di pertinenza del Ministero della Difesa, il decreto è stato depotenziato, e il forte protagonismo delle Regioni è andato tutto a scapito di una effettiva possibilità per le Province e i Comuni di vedersi assegnato un adeguato patrimonio, coerente con il rispetto del principio di sussidiarietà.
Un elemento fondante del federalismo fiscale e assolutamente imprescindibile se si vuole concretamente raggiungere un livello di efficienza dell’amministrazione che possa garantire trasparenza e responsabilizzazione, favorendo la responsabilità dell’azione amministrativa nei territori.
In questo quadro va sottolineato il tema dell’applicazione di tutto il disegno di riordino dello Stato, dalla Carta delle Autonomie e federalismo fiscale alle Regioni a Statuto Speciale.
Non possiamo non prevedere, infatti, che una riforma istituzionale di tale portata, con l’individuazione delle funzioni fondamentali dei Comuni e delle Province, non possa essere applicata ad una parte del Paese, in virtù di una specialità che nasceva come opportunità e diventa oggi un assurdo laccio.
Le funzioni fondamentali forniscono un quadro unitario di riferimento per tutto il Paese. La nuova architettura costituzionale attribuisce a tutti gli enti locali pari dignità, collocandoli insieme allo Stato tra gli elementi costitutivi della Repubblica.
L’art. 5 della Costituzione impegna tutte le Regioni, sia quelle a statuto ordinario, sia quelle ad autonomia differenziata, a riconoscere e promuovere le autonomie locali previste dalla Costituzione. E’ di tutta evidenza, dunque, che i principi e le garanzie dell’autonomia dei Comuni e delle Province, oggi riconosciute direttamente dalla Costituzione, non possono subire attenuazioni a seconda della realtà territoriale di riferimento e non è perciò più giustificabile una sperequazione nei confronti degli enti locali degli ordinamenti speciali.
Tale orientamento trova oggi conferma nella recente giurisprudenza costituzionale, per cui la potestà legislativa esclusiva delle Regioni a statuto speciale in materia di enti locali deve essere strettamente conforme ai principi della legislazione statale, a causa della esigenza di uniformità in tutto il territorio nazionale discendente dall’identità di interessi che Comuni e Province rappresentano riguardo alle rispettive comunità locali.
Questo principio non può che valere anche per quanto riguarda l’attuazione del federalismo fiscale.
A partire dal federalismo demaniale, dove Regioni, Province e Comuni devono essere posti sullo stesso piano, evitando un “meccanismo a cascata” di riparto alle Regioni e poi agli enti locali, fondato sul riparto delle competenze legislative, che non viene invece preso in considerazione né dall’art. 119 della Costituzione, né dall’art. 19 della legge delega sul federalismo fiscale
Dobbiamo, su questo tema, aprire una riflessione vera, per assicurare un percorso di valorizzazione dell’efficienza e della responsabilità degli enti territoriali che li comprenda tutti e che, quindi, non escluda i Comuni e le Province delle realtà regionali a statuto speciale, che costituiscono una parte importante del Paese.
Alle criticità e alle perplessità fin qui sottolineate in materia di federalismo fiscale, si aggiunge alla difficile condizione in cui verte la finanza provinciale.
Tagli ai trasferimenti erariali, politiche di investimento ridotte al lumicino, accanto ad un consolidamento della rigidità delle spese correnti, definiscono un quadro di contesto assolutamente non propizio da cui partire per avviare il federalismo fiscale, poiché il finanziamento delle funzioni fondamentali e non, nella fase transitoria, prende le mosse dalla fotografia dei bilanci provinciali.
A ciò si unisca che nel corso degli anni, il processo di decentramento statale, ma soprattutto di trasferimento e/o la delega di funzioni dalle Regioni alle Province ha finito per comporre un quadro assai disomogeneo della struttura dei bilanci provinciali nelle singole realtà: in alcuni casi metà delle risorse provinciali originano dalle Regioni, mentre in altri sono i trasferimenti erariali il principale flusso vitale per gli enti. Questo quadro “a macchia di leopardo” rappresenterà un motivo in più di attenzione nell’avvio del federalismo fiscale, poiché tale situazione, se non debitamente monitorata e accompagnata, rischierà di accentuare divari e differenze tra i territori, con l’evidente conseguenza di minare gli effetti potenzialmente benefici di un efficace modello di federalismo fiscale cui invece si vuole tendere.