Gerardo Labellarte
Ci troviamo in un momento estremamente delicato per la vita delle nostre autonomie locali: l’intero sistema è in una difficoltà gravissima. Il tema per noi socialisti è di particolare importanza in quanto siamo stati da sempre fautori di una crescita equilibrata della capacità di autogoverno delle comunità locali come fattore essenziale dello sviluppo della democrazia.
E siamo stati protagonisti delle stagioni innovative di questa crescita, a partire dalla stessa attuazione del dettato costituzionale relativo alla istituzione delle Regioni, avvenuta oltre vent’anni dopo l’approvazione della Carta, una conquista del centro sinistra (quello vero) voluta dai socialisti.
Sempre infatti i socialisti erano stati protagonisti della lotta per il decentramento dello Stato. Nel 1919, Filippo Turati, in un famoso discorso alla Camera, diceva: ” La Regione non è separatismo, come fu ritenuto per tanti anni, ma forza vera e viva della vita nazionale”.
Fu una battaglia lunga quella dei socialisti per le Regioni. Progetti di legge furono presentati a ogni legislatura (in attuazione della Costituzione, che prevedeva le Regioni ma veniva disattesa). Una battaglia di principio della quale i socialisti dovettero prendere la guida. I comunisti avevano infatti una mentalità centralista, i democristiani erano divisi e in gran parte le osteggiavano. la destra era furiosamente ostile.
Così come la Confindustria. Il giornale degli industriali, ”24 Ore”, temeva che il possibile arrivo dei socialisti al governo portasse con sé le Regioni. E scriveva nel 1960: ”L’opinione pubblica è allarmata. E’ facile immaginare come l’intera vita politica sarebbe dilacerata e sviata una volta che potesse trovare attuazione in tutto il Paese il sistema regionale”.
Noi non intendiamo certo lasciare ad altri la bandiera della crescita dell’autogoverno locale, dell’autonomia in una visione unitaria e solidale dello stato, della sussidiarietà. E’ questo il vero federalismo, non quello fasullo di questo Governo
Sono da sempre valori dei socialisti e della sinistra riformista.
La destra è sempre stata estranea a questi valori e a questi principi. E la Lega li ha assunti strumentalmente. Come ripiego rispetto alla idea originaria della secessione. E sostanzialmente come mezzo diverso per arrivare allo stesso fine sventolato propagandisticamente per anni; un regolamento di conti tra le aree più sviluppate e quelle meno sviluppate del Paese.
Non c’è da stupirsi che la immane montagna di chiacchiere federaliste prodotte in questi anni abbia in realtà prodotto l’esatto contrario, e cioè l’aumento del potere di controllo severo e occhiuto dello stato centrale e la devastazione della possibilità da parte degli enti locali di fornire servizi a cittadini, famiglie. imprese.
Un esempio tipico di questo modo di procedere truffaldino è stato il cosiddetto federalismo demaniale. La solita propaganda ha strillato “ci siamo ripresi i nostri mari, fiumi e laghi”, ma soprattutto è giusto sottolineare che, aldilà dei proclami, lo Stato centrale ha devoluto alle regioni il 3% del proprio patrimonio. E di certo non il più pregiato.
Il decreto attuativo della legge sul federalismo riguardante il fisco municipale (quello della cedolare secca sugli affitti) rende già chiaro, secondo tutti gli analisti, che l’aumento di dotazione finanziaria da essi derivante non compenserà in alcun modo i tagli ai trasferimenti erariali previsti per il 2011. In parole povere: ulteriore taglio dei servizi
Quanto al nocciolo duro della riforma, e cioè il decreto attuativo del federalismo fiscale, l’ennesima stesura del testo, approvata nei giorni scorsi dal consiglio dei Ministri lascia di stucco anche chi da questo governo si aspetta ormai di tutto.
Intanto si persiste nel metodo di non concordare nulla con le rappresentanze degli enti interessati.
Nel contempo si persiste a voler valorizzare il ruolo di comuni province e regioni come coadiutori nella lotta all’evasione dei tributi statali. E’ una posizione veramente paradossale: lo Stato dispone di quasi cinquantamila dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, di sessantamila finanzieri in divisa e pretende che siano gli amministratori a fare gli ispettori del fisco.
Del resto sia chiaro un fatto: lo stato centrale non ha le carte in regola per tenere questo atteggiamento da maestrino severo con gli enti locali. Potremmo citare montagne di numeri per confermare questa tesi che è sotto gli occhi di tutti: è l’amministrazione centrale dello Stato che spende troppo e male e non fa nulla per razionalizzare questa spesa.
E questa mentalità centralista non si manifesta soltanto sul terreno della gestione delle risorse. Tipico da questo punto di vista è l’eccesso di zelo con il quale i ministri, potremmo dire “di Sua Santità”, Maroni, Sacconi e Fazio si sono affannati a bacchettare i comuni che hanno ritenuto di istituire registri relativi al testamento biologico.
E bene ha fatto l’Associazione Comuni d’Italia a contestare tale interpretazione ritenendo pienamente legittima la raccolta di luogo e soggetto presso il quale si è ritenuto di depositare la propria dichiarazione di volontà.
Tutto questo crea ovviamente uno stato di sofferenza: le amministrazioni locali, tutte, senza distinzioni tra Regioni, Province e Comuni, rischiano di essere stritolate, anzi per dir meglio, vengono quotidianamente stritolate, nella morsa tra una demagogia decentratrice totalmente priva di effetti pratici, ma che genera aspettative nelle popolazioni amministrate e la realtà di una cultura centralista concretamente operante che al contrario riduce drasticamente le risorse e le capacità decisionali e di intervento locale.
Tutti gli indicatori confermano questa tendenza. Se esaminiamo le risorse stanziate sui principali fondi di carattere sociale vedremo che il Fondo per le politiche sociali si è ridotto da 1.582 miliardi a 1.174, quello per la famiglia da 276 a 185, quello per la prima infanzia da 206 a 0, quello per l’inclusione sociale degli immigrati da 100 a 0.
E così via. E di questi dati, sempre con lo stesso segno, ne potremmo snocciolare molti altri.
A ciò si aggiunge la crescente tendenza a scaricare sugli enti le gravi inadempienze che vanno ascritte prevalentemente al Governo nazionale, come avvenuto di recente sulle vicende di Napoli e dell’Aquila.
Insomma il Governo si comporta con le autonomie come un quartier generale che dopo aver lasciato le truppe al fronte senza armi e munizioni, scarica su di esse la responsabilità per la battaglia persa.