Avanti della domenica

N. 42 del 12 dicembre 2010

Teleronache
Vincenzo Caciulli - Privatizzare la Rai finché si è in tempo
giovedì 9 dicembre 2010

Proporre la privatizzazione della RAI (e di abolire il canone) sull’onda delle polemiche su un conduttore troppo a destra o troppo a sinistra, sui diktat del premier o la difesa corporativa di “un bene pubblico” di una sinistra attaccata ai miti, non offre la giusta prospettiva a un problema che può diventare pressante.
Di solito, dopo alcuni giorni di dibattito e qualche strampalata proposta di cambiamento della governance, alla Veltroni per intendersi, la cosa si spenge e il Titanic di Via Mazzini riprende la sua rotta di collisione con gli iceberg che si stanno parando di fronte.
Privatizzare la RAI è oggi questione da iscrivere nell’agenda del governo per molte e diverse riflessioni. Non servirà, come sarebbe successo 15-18 anni fa, a impedire che il sistema radiotelevisivo nazionale si consolidasse su un duopolio capace di strozzare ogni player che abbia tentato di emergere, favorendo Mediaset come unico privato.
Servirà, però, a impedire che un’azienda decotta possa avvitarsi com’è successo ad Alitalia costringendo poi il governo a pubblicizzarne le perdite e privatizzare gli asset.
Un rapido sguardo ai bilanci RAI e Mediaset ci racconta che a fatturati non tanto diversi rispondono risultati opposti: profitti per il gruppo di Segrate, perdite per la RAI che ogni anno ha bisogno della mano pubblica per ripianare o rispettare il piano d’investimenti infrastrutturali.
E mentre Mediaset ha diversificato (penetrazione in altri paesi europei, partecipazioni a società di produzione) la RAI, con i suoi oltre 13000 dipendenti, continua ad assumere giornalisti e acquistare produzioni, a soggiacere clientele politiche o sindacali. Servirà - la privatizzazione rapida – a valorizzare al meglio un patrimonio di teche, di frequenze e di ponti che oggi è solo parzialmente sfruttato ed ha un grande mercato.
Se, invece, dovessimo aspettare lo splash down modello Alitalia, saremmo costretti a svendere.
Il ricavato dalla vendita aiuterebbe a migliorare i conti pubblici. La riflessione che non ha peso oggi è quella del pluralismo. Siamo a oltre metà del guado nella transizione al digitale terrestre che moltiplica i canali televisivi e proporrà l’ennesima rivoluzione tecnologica e grandi trasformazioni nel panorama editoriale. Avanza la tv satellitare e quella su internet.
Cresce la quota di mercato della tv che si guarda attraverso l’Ipad e l’uso di internet per informarsi.
La molteplicità dell’informazione è salva. Santoro e Minzolini possono trovare lavoro in altre aziende senza che siano menomate regole o offesa la sensibilità democratica. Il servizio pubblico può essere garantito mantenendo una rete che in prospettiva rappresenta almeno tre canali e può coprire le esigenze di comunicazione istituzionale nazionale, regionale e locale, garantire un po’ di tv divulgativa e educativa, sperimentare una interattività legata alla funzionalità della pubblica amministrazione.
Per questo servizio può essere chiesto un canone di modesta entità, lasciando liberi gli italiani di acquistare sul mercato televisivo ciò che più gli aggrada, come peraltro stanno già facendo.
Il resto è retorica di una classe politica che non riesce a ergersi sopra i propri limiti, guardare alla realtà e al futuro e ha qualche clientes da tutelare.