Alberto Benzoni
“Vendola/Bersani/uniti nella lotta?”. Non siamo a questo punto; però il Governatore ha comunicato ai quattro venti, in questi ultimi giorni, la sua grande considerazione per il Segretario. A suo dire: “un autentico democratico, impegnato a fare le primarie contro le manovre liquidatorie della vecchia politica” (leggi D’Alema, Veltroni e altri…).
Al posto di Bersani, diffideremmo di questo improvviso amore. Un sentimento che ricorda molto quello del padrone nei confronti della sua oca o del suo maialino, alla vigilia di una qualche festività. Insomma, siamo al “ti tratto bene oggi per mangiarti meglio domani”.
E, sempre al posto di Bersani, diremmo anche no, almeno qui ed oggi, alle cosiddette “primarie di coalizione”. E per una serie di motivi tutti politici e, insieme, di merito e di metodo.
Si consideri, in primo luogo, lo schieramento abilitato al voto. Un’area che coincide con quella della vecchia Unione del 2006; vincente, si fa per dire, alle elezioni ma poi sull’onda delle beghe da cortile e dei ricatti reciproci per essere poi rapidamente ripudiata senza trovare voci a sua difesa.
Ora, non ci risulta che questa “sentenza di morte” sia stata oggetto di un qualche riesame. Ci risulta, anzi, che il gruppo dirigente del Pd (ad eccezione della vecchia sinistra e dei nuovi rottamatori) stia lavorando in tutt’altra direzione: quella di un’intesa, prima “governativa” poi elettorale con aree del centro se non della stessa destra in antitesi rispetto al blocco berlusconiano. Una prospettiva, giusta o sbagliata che sia, comunque incompatibile con le primarie a sinistra e, per dirla tutta, anche per candidati presidenti espressi da quest’area.
E, allora, procedere oggi verso “primarie dell’Unione” non sarebbe soltanto un controsenso, sarebbe un vero e proprio suicidio politico. Quello di un partito che adotta una linea ma che è incapace di difenderla, sino al punto di vedersene imposta un’altra.
Ma Bersani dovrebbe dire no anche per un’altra ragione. Ricordando, a sé stesso e agli altri, che il mito delle primarie come “lavacro salvatore”, insieme della politica, dei partiti, del Palazzo e del “vecchio”, esiste in Italia e soltanto in Italia. Altrove, in tutta Europa, il leader del maggior partito di opposizione è automaticamente candidato alla guida del governo (salvo ad essere, se del caso, scelto attraverso una consultazione interna al partito stesso).
Altrove, in tutta Europa, l’essere in politica da tempo, non è affatto un’onta, ma anzi un titolo di merito (a questa categoria appartengono non solo i Churchill, i De Gaulle e gli Adenauer, ma anche Brandt e Kohl, Chirac e Mitterrand). Altrove, in tutta Europa, la politica e i partiti non sono considerati strutture parassitarie e autoreferenziali, ma piuttosto come snodi essenziali per la vita della collettività nazionale.
Viceversa, in Italia e solo in Italia, domina un populismo-nuovismo un po’ straccione creato e gestito dal suo “utilizzatore finale”, leggi Berlusconi. In un quadro in cui, spiace dirlo, non c’è poi molta differenza tra la narrativa della Santanchè - “io autentica rappresentante del popolo perché imprenditrice”(?!), Fini parassita perché politico di professione” - e quella di Vendola - “nuovo contro vecchio, buona politica contro alchimie di palazzo, cittadini contro apparati”.
E, dunque, esistono molte e buone ragioni per dire no alle primarie, qui ed oggi, ma senza farsi eccessive illusioni: Probabile, infatti, che la caduta di Berlusconi porti, senza passaggi intermedi, a nuove elezioni. E molto possibile che la partita del voto si giuochi su tre poli: i primi due con un leader rispettivamente “unto dal popolo” e scelto di comune accordo; il terzo con un candidato alla presidenza scelto, appunto, attraverso una primaria di coalizione.
Ma, alora, sarà bene che questa scelta sia tutta e solo politica. Sino a prova contraria, Bersani e Vendola offrono analisi e progetti tra loro molto diversi e su questi hanno il diritto-dovere di essere giudicati. Guai, invece, a misurarsi sui sogni e sulla capacità di evocarli; è un esercizio che, come dimostrano le primarie Usa del 2008, non giova a nessuno e che danneggia, in prospettiva, il vincitore ancor più che lo sconfitto.