Avanti della domenica

N. 41 del 7 dicembre 2010 speciale lavoro

Alessandro Russo - Noi precari, perfino il lavoro nero ci fa esistere
venerdì 3 dicembre 2010

Alessandro Russo

Il sommerso rappresenta ormai una dimensione effettiva della nostra economia. E non si deve dimenticare come, questo fenomeno, sia affatto positivo.
Le attività economiche irregolari contribuiscono al prodotto interno lordo, ma ufficialmente non sono registrate e tassate.
Per anni la politica ha cercato di risolvere questo problema attraverso leggi; con l’intervento della guardia di finanza e, per tentarle proprio tutte, anche con le sanatorie. Ed è l’inefficacia delle sanatorie che deve far riflettere; la gente non è certo spinta a regolarizzare la propria posizione, perché sicura che ne arriverà un’altra, magari più conveniente.
Secondo i dati Istat sono il settore del commercio, della ristorazione e degli alberghi che, nella massa del doppio lavoro, hanno una grossa fetta di lavoro in nero; nel 2009 a fronte di 24.838.000 occupati in media annua ci sono infatti 29.617.000 posizioni lavorative (tra regolari e irregolari) con una percentuale di irregolarità del 17,6%. Ma neppure i settori delle comunicazioni e dei trasporti ne sono esenti. La percentuale del lavoro irregolare sfiora il 50% e coloro che fanno una doppia attività sono quasi 1,2 milioni.
Mentre nell’industria sono scarsi sia i casi di doppio lavoro che di sommerso (6,8% nel 2009), nel settore delle costruzioni vi è un alto utilizzo del lavoro irregolare anche a causa dei cantieri che aprono e chiudono. L’irregolarità ha raggiunto il 12,7% in aumento rispetto al 2008 (12%), ma in netto calo rispetto al 1999 quando si attestava a 17,6%. Ed è il Sud, ancora una volta, a scontare gli aspetti più dannosi della crisi. Una persona su due è fuori dal mercato del lavoro regolare. Sette milioni di uomini e donne convivono con lavori in nero o precari.
Ma è sull’aspetto del sommerso che ci si vuole soffermare. Soprattutto quando è da considerare come principale sostentamento e, quindi, unica fonte di reddito. Significa allora negarsi diritti minimi; elementari tutele per la propria salute fisica e mentale.
Che la crisi spinga ad accettare ogni possibile fonte di guadagno, non deve meravigliare. Essere disposti a tutto pur di continuare ad esistere. Perché tutto è lecito pur di non far crollare i castelli di sabbia che ci siamo imposti per essere parte integrante di questa società. La casa e il mutuo, la famiglia, magari i figli, l’auto, le vacanze, i vestiti, la spesa al supermarket.
Ci si isola quasi senza rendersene conto. In una guerra che ci vede già vinti. Dominati dalla paura e dalla precarietà, il lavoro diventa il vero cemento capace di tenere tutto unito; la chiave di volta della propria struttura sociale, dell’essere sociale.
E, vero paradosso, perfino il lavoro nero, sintesi dell’assenza di ogni diritto, concede una ragione all’esistenza.