Francesco Marabottini
Se tiriamo le somme di quest’anno, con un Paese fermo sul piano economico e sempre più squilibrato su quello sociale, ci accorgiamo quanto siano giustificati purtroppo il timore e l’incertezza che si avverte nei comportamenti dei lavoratori e delle famiglie.
Ma al tempo stesso non si può assolvere un confronto politico che non è più solo rissoso e sterile ma è privo di ogni pur minima capacità progettuale, quasi si disinteressasse del tutto delle prospettive del Paese.
Naturalmente la responsabilità maggiore è quella di un Governo e di una maggioranza che vivono solo sulla difesa dell’esistente. Ma dobbiamo anche dire che in una fase così difficile anche la maggiore forza di opposizione, il PD, stenta a riconoscersi in una politica chiaramente riformista e come tale in grado di imporre attenzione, scelte e decisioni sui problemi prioritari a cominciare da quello, angoscioso per molti, del lavoro.
Solo nel settore delle costruzioni si sono persi nel triennio di crisi, perché anche il 2010 è stato un anno di crisi pesante ed indiscutibile, circa 250 mila posti di lavoro. Non solo è rimasto seriamente danneggiato un tessuto importante di Pmi, di aziende che lavorano per l’edilizia e sono state messe fuori gioco professionalità e progetti di qualità per il futuro del nostro Paese. Un danno enorme che si aggiunge a quello, non meno socialmente deprecabile, di un ritorno al lavoro nero, al sommerso, e di una insidiosa vitalità della criminalità organizzata che ha trovato e non solo in edilizia, terreno fertile per le sue iniziative economiche nella lunga e profonda crisi che attraversiamo.
E’ difficile comprendere come si sottovaluti il fatto che un banco di prova centrale per ritrovare la via della crescita e della riduzione di una disoccupazione che è tornata alle due cifre sia quello di progetti concreti e credibili che siano in grado di recuperare il nostro patrimonio artistico, di riassestare il territorio inesorabilmente martirizzato dal maltempo e dalle frane, di ripristinare una manutenzione attenta e compatibile con l’ambiente nelle nostre città.
I nostri ritardi infrastrutturali sono ormai cronici, ma in questo momento sono anche il segnale negativo di un Paese che non riesce a pensare al proprio futuro e quindi ingenerano preoccupazioni, sfiducia, senso di rassegnazione, ma con il rischio di allontanare ancor di più i cittadini dalla politica.
E’ ovvio che la vicenda Fiat o temi come la giustizia diventino protagonisti assoluti della scena. Ma la vitalità di questo Paese può essere alimentata solo se si ritrova la bussola di un cambiamento che fra l’altro ci renda meno periferici in Europa e più centrali nel Mediterraneo.
La questione delle reti, delle nuove tecnologie applicate al settore delle costruzioni, della risistemazione del territorio può diventare un grande progetto in grado di creare lavoro “buono”, di garantire accoglienza e diritti ai tanti lavoratori immigrati onesti ormai stabili nel nostro Paese (e insostituibili), di rimettere in moto una domanda interna che altrimenti resterà depressa per molto e molto tempo ancora.
In questo senso le forze di tradizione e cultura riformista non possono stare alla finestra: non è facile, ma è compito essenziale quello di recuperare una progettualità alla politica, ridare qualità al confronto fra gli schieramenti, capire che ci sono interventi che devono superare le divisioni ed operare in un territorio bipartisan.
E’ una battaglia culturale ed ideale da fare in un Paese nel quale queste idee sono in minoranza e nel quale si scontano le conseguenze di un lungo periodo nel quale il modello berlusconiano è entrato nel costume del nostro Paese intaccando anche valori di cui oggi avremmo estremo bisogno come quello della solidarietà e quello della partecipazione.
La cultura riformista di tradizione socialista è in grado di esprimersi in questa direzione: in politica come nel sindacato. E’ questo è uno snodo decisivo per riprendere un cammino di riforme, di regole, di partecipazione che è determinante per riagguantare lo sviluppo.
Questo è il modo per ridare centralità al lavoro. Per far ruotare attorno al lavoro non più paure e diseguaglianze sociali, ma prospettive positive e fiducia.
Certo, servono risorse che vanno cercate non solo negli sprechi pubblici ancora enormi, nella evasione fiscale, nel sommerso, ma anche in una programmazione più lungimirante di quello che è oggi a disposizione.
Certo siamo sempre immersi in una eterna campagna elettorale ed in una penosa telenovela di scandali di ogni tipo. Ma se guardiamo solo ai prossimi mesi dobbiamo sapere che non c’è da illudersi: dalla protesta dei giovani potremmo tornare a quella di un Paese che non e la fa più ad andare avanti, dove anche quest’anno aumentano le famiglie nelle quali non entra neanche una tredicesima perché non c’è lavoro, dove il risparmio si assottiglia, mentre le distanze fra gruppi sociali aumentano e diventano sempre più odiose.
Ecco perché occorre un grande ripensamento soprattutto sull’urgenza di tornare a parlare e fare per la ripresa economica. Almeno fino a quando avremo lo scudo dell’euro, fino a quando avremo un mondo del lavoro che almeno in parte si sente ed agisce in modo riformistico, fino a quando ci sarà la possibilità di affidare ad una cultura autenticamente riformista le scelte di fondo che il Paese si aspetta.