Avanti della domenica

N. 41 del 7 dicembre 2010 speciale lavoro

Fabio Guerriero - Tre proposte per un nuovo Welfare
venerdì 3 dicembre 2010

Fabio Guerriero

E’ urgente una rivisitazione delle proposte socialiste affinché possa risorgere un forte movimento che sia nuovamente attraente per la società moderna. La sconfitta in Inghilterra del New Labour, il peggior risultato nella storia svedese dei socialdemocratici, la crisi dei social democratici tedeschi e di Zapatero in Spagna, sono evidenze che il movimento socialista in Europa ha esaurito il suo fascino anche perché le sue proposte non sono più al passo con le mutate esigenze “globali” tecnologicamente dipendenti. Ciò anche perché il concetto socialista di Welfare state cozza oggi con l’economia difensiva a cui siamo obbligati a ricorrere dopo anni di finanza spregiudicata che ha causato una recessione che colpisce principalmente chi ha più bisogno di assistenza.
Dopo anni di sviluppo, allorquando si è registrata una diffusa espansione dei diritti sociali in un contesto di forte crescita economica, piena occupazione e un sistema di assistenza sociale adeguato alle aspettative, la sinistra europea si è arroccata sugli obiettivi raggiunti senza ricercare nuove strade utili alle mutate esigenze. In Italia, nel frattempo, la sinistra post comunista ha pensato di smantellare un sistema economico aziendale fondato saldamente sul binomio pubblico/privato a favore di presunti capitani coraggiosi che al primo alito di vento hanno divorato e poi abbandonato le ex floride aziende statali distruggendo irreversibilmente un tessuto economico che sopperiva, in alcune circostanze, anche ad inadeguatezze del welfare state. Ovunque, nel mondo, si registra un’emorragia di consensi che mette in discussione il ruolo e la capacità d’azione delle formazioni di ispirazione socialista spinti a sbiadire la loro identità storica per non sembrare eccessivamente ancorati ad un sistema che non esiste più o quanto meno che ha esaurito la propria spinta riformista.
Nel nostro Paese la proposta socialista potrebbe, invece, trovare ampia agibilità in quanto la situazione economica e sociale è resa grave dal provincialismo della nostra classe dirigente che anziché ricercare soluzioni condivise utili al superamento della crisi sistemica, riversa su regioni, provincie e comuni, e quindi sul cittadino a reddito certificato, il peso di scelte del Governo centrale. I nostri governanti, senza distinzione partitica, ignorano la proposta socialista di disinvestire dalla politica e di destinare risorse a ricerca e università.
La proposta socialista, a mio avviso, dovrebbe caratterizzarsi, quindi, su tre “filoni” d’intervento “attuali”: costi della politica, parità di genere e lavoro.
Sul primo punto la proposta di eliminazione delle province è questione di non poco conto che si inquadra anche in una politica del welfare in senso lato nonché abbraccia, in modo compiuto, il decentramento federalista invocato da tutte le amministrazioni responsabili.
Infatti, dare maggiori poteri e quindi maggiori risorse ai comuni attraverso l’eliminazione delle 112 provincie italiane che costano “politicamente” ogni anno circa 200 milioni di euro e strutturalmente circa 2 miliardi di euro significa, consentire alle amministrazioni comunali di poter gestire tutto i loro servizi senza mediazioni e quindi con minori costi.
In merito alla parità di genere la proposta socialista deve tenere conto della ingiustizia sociale e dell’errore strategico che si sta commettendo. Restare ancorati ad una visione medioevale della figura femminile significa precludere le possibilità di sviluppo sociale e culturale di un paese bisognoso di nuova linfa e di nuove risorse diversamente attente ai problemi quotidiani. Infine sulla questione lavoro è ormai verificato che il modello pensato negli anni ’70 (in epoca industriale) non regge più le pressioni del mercato globale. Urge, quindi, produrre un nuovo modello di diritti e doveri dei lavoratori che miri a dare maggiori garanzie sia salariali che normative incrementando, contestualmente, la flessibilità in ambiti di lavoro definiti e costanti. Si tratta, quindi, con queste proposte di parlare a tutti i cittadini e non ad una parte di essi, proponendo una nuova stagione di sviluppo che passa solo attraverso una nuova e riformata visione della società che in questo periodo di crisi pretende scelte coraggiose e riformiste e non difensive e conservatrici come oggi accade.