Enzo Ceremigna
Restituire centralità al fattore lavoro si dimostra, ogni giorno di più, oltre che una necessità, una autentica scelta di campo per tentare una fuoriuscita dalla crisi non semplicemente basata su “ lacrime e sangue”.
D’altra parte si viene evidenziando con sempre maggiore nettezza come la gravissima crisi economica globale – e la crisi della zona euro ad essa collegata – non potranno essere risolte attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura, ai servizi pubblici essenziali. Tanto meno attraverso un aumento dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli. E questo perché risulta chiaro che le politiche restrittive, quelle che in definitiva comprimono i consumi e danneggiano la domanda, rischiano di accentuare il profilo della crisi, poiché generano crescita della disoccupazione, più veloci insolvenze e mortalità delle imprese, e potrebbero costringere – ad un certo punto – alcuni paesi membri ad uscire dall’Unione monetaria europea.
Ancora oggi, tuttavia, e segnatamente a livello europeo, prevale l’idea che le politiche restrittive nei paesi membri e comunque gli orientamenti alla gestione puramente “finanziaria” della crisi siano quelli vincenti.
Esiste perciò la necessità di una inversione di tendenza. Poiché siamo di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico senza una fonte primaria di domanda – senza una “spugna” in grado di sollecitare ed assorbire la produzione – è necessario misurarsi con l’obiettivo del rilancio dello sviluppo, basato sul fattore lavoro.
Il Governo italiano ha finora attuato una politica depressiva sui consumi, che genera costantemente caduta dei redditi – associata all’insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro- e tutto ciò contribuisce ad alimentare la crisi, non al suo superamento.
Noi riteniamo, dunque, che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.
E’ un monito che lanciamo al governo, ma che vale contestualmente anche per l’opposizione di centro- sinistra poiché non emerge ancora da questa parte politica un chiaro programma di politica economica alternativa.
A nostro parere dovrebbero essere due le direttrici fondamentali da seguire: un piano di sviluppo, finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale (Mezzogiorno in testa); un serio contrasto alla depressione economica, imponendo un freno al tracollo del monte salari e stipendi, attraverso il rafforzamento – non la “liquidazione” – dei contratti nazionali, di nuovi minimi salariali, di vincoli ai licenziamenti, e la formulazione di nuove norme generali a tutela dei lavoratori – segnatamente giovani e precari – non affidandosi più soltanto alle forze “ spontanee” del mercato, in quanto dimostratesi una soluzione economicamente illusoria e politicamente irresponsabile.
Per questo riteniamo urgente aprire un ampio e franco dibattito sulle scelte economiche adottate sin qui: in Europa, come in Italia.
Lo sta facendo in questi giorni a Varsavia il congresso del Partito Socialista Europeo. Dobbiamo imporlo anche nel nostro paese. Prima che scelte miopi – e tutte giocate in difesa – sospingano forzatamente alla crisi la moneta unica, e con essa l’intera costruzione unitaria europea.
Siamo ancora in tempo per agire. Siamo ancora in tempo per recuperare una centralità del lavoro affinché l’Italia, l’Europa intraprendano un nuovo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di ripresa della crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità e di nuova indispensabile coesione sociale.