Avanti della domenica

N. 40 del 5 dicembre 2010

Luigi Iorio - Finanziarie l'università è un problema europeo
mercoledì 1 dicembre 2010

Luigi Iorio

La manifestazione degli studenti a Londra nelle scorse settimane ha evidenziato le difficoltà del finanziamento all’istruzione.
Siamo giunti ad una conclusione, in Europa va trovato un compromesso tra qualità e accessibilità.
Le proteste  del 10 novembre a Londra non hanno avuto la portata dei movimenti di protesta contro la guerra del Vietnam, né quella delle rivolte contro la poll tax del governo Thatcher nel 1990. Ma il fatto che circa 50mila persone abbiano palesato il proprio disagio sociale contro un aumento delle tasse universitarie testimonia la crescente opposizione al governo liberal-conservatore inglese ed alle sue politiche liberiste. Gli studenti inglesi non accettano l’idea del governo di tagliare i fondi pubblici destinati all’insegnamento superiore e di compensare questa perdita con un forte aumento delle tasse di iscrizione.
Il progetto di David Cameron mira a mettere in relazione il mondo dei saperi, alle leggi di mercato.
In questa situazione gli studenti più poveri hanno diritto agli aiuti e quelli delle classi medie hanno la possibilità di ottenere dei prestiti, il cui ammontare sarà proporzionale ai loro redditi futuri, ma le tasse di iscrizione sono spesso un deterrente e spingeranno gli istituti a una concorrenza accanita per sedurre gli studenti.
La crisi economica è all’origine di questa riduzione di fondi, ma in modo più generale il conflitto riguarda una questione strutturale che interessa tutta l’Europa: chi deve pagare le spese dell’aumento del livello di studi dei giovani? Per molto tempo le “economie del benessere a spese dello Stato” hanno potuto farsi onere delle spese, ma ora con un elevato numero si studenti iscritti nelle università le cose sono cambiate. In passato paesi ricchi come Inghilterra, Svezia, Italia, contavano un numero relativamente basso di laureati, riuscendo così ad offrire una ottima formazione.
Nel mondo oggi, più del 40% dei giovani si iscrive agli studi universitari. Per le politiche di molti paesi europei, il fatto che questo incremento sia a carico dello stato è considerato del tutto naturale ed a nostra avviso giusto, in molti altri no. In Francia, per esempio, si è arrivati a una situazione in cui lo stato sostiene generosamente un piccolo numero di grandi scuole, mentre le università tradizionali sono sempre più trascurate.
Nel sistema svedese la formazione universitaria è finanziata dallo Stato, ma le risorse pubbliche destinate alle università dipendono dalla loro capacità di attirare gli studenti e – a partire dall’anno prossimo – dal rispetto di determinati standard di qualità. Il problema è che il sistema svedese soffre al tempo stesso degli aspetti negativi della gestione pubblica e della gestione fondata sulle leggi di mercato. In questo caso, la caccia allo studente rischia di portare le università a proporre un’offerta di formazione populista, mentre la gestione della qualità da parte dello Stato comporta un maggiore controllo politico. Un po’ come il ministro Gelmini vorrebbe accadesse in Italia.
Senza dimenticare oltre oceano, gli Stati uniti che sono stati nel campo della formazione universitaria i primi a strutturare un sistema iper-liberista fondato sul merito, ma anche fortemente discriminante per le fasce più deboli. Non esiste una soluzione immediata, ma è importante restare dell’idea che l’università debba essere considerata luogo di ricerca del sapere, di libero pensiero e di confronto di idee, ancor meglio. lo diciamo da socialisti, se molti dei servizi erogati dalla stessa, fossero garantiti dallo Stato.