Il compagno Bruno Pellegrino, che ebbe incarichi importanti nel partito all’epoca di Craxi, ha pubblicato una storia della “cultura socialista” in quel periodo che non esito a definire un capolavoro per la ricchezza della documentazione, la fedeltà alla verità oggettiva, la straordinaria serenità dello stile e del tono.
Quando parlo di capolavoro, so quello che dico e, nella mia modesta attività intellettuale, non sono abituato a forzare i toni. “L’eresia riformista” (Guerini & associati, pagg.237, euro 19,50) che è il tiolo del saggio di Pellegrino, non nasconde l’adesione al progetto di Bettino – pressoché totale come è stata la mia – ma cita ed analizza le critiche, anche le più feroci, senza criminalizzarne l’autore. In un’epoca isterica come quella attuale, si tratta di una qualità fuori dal comune.
Non ho lo spazio per soffermarmi su tutti i passaggi, scelti con profonda conoscenza della materia, della svolta segnata nella storia del Partito socialista dal congresso del Midas e dall’avvento del geniale autonomista siculo-milanese alla segreteria. Vorrei soffermarmi soltanto sull’epilogo sconvolgente della vicenda, che ha segnato prima l’incriminazione, poi l’esilio, quindi la morte e contemporaneamente l’annientamento del nostro partito.
Le forze che organizzarono lo sterminio dei partiti protagonisti della storia della Prima repubblica non sono tutte note, ma certamente inclusero alcuni magistrati soprattutto della procura e il Partito comunista, nel momento in cui esso stesso per cambiare nome, variandone due o tre ma senza mai includere nel cartello della ditta, ormai in liquidazione, l’odiato aggettivo “socialista”. E questo nemmeno dopo aver sollecitato e ottenuto la mediazione dell’odiatissimo Craxi presso l’Internazionale socialista, dove vollero entrare ma senza rinunciare all’eredità leninista.
L’intesa, non so se tacita o convenuta, tra i due poli dell’indignazione si tradusse nell’apertura dell’inchiesta “mani pulite”, dalle cui indagini furono cortesemente escluse le sovvenzioni assicurate a Botteghe Oscure dal Cremlino in termini più che rispettabili. L’offensiva giustizialista non avrebbe tuttavia conseguito tutti i suoi obiettivi se i partiti – incluso purtroppo quello socialista e il suo segretario – non fossero giunti in condizioni di estrema fragilità alla sfida mortale.
Pellegrino parla giustamente di un paradosso perché il Psi fu annientato nel momento in cui la caduta del Muro di Berlino e il suicidio del Pcus davano clamorosamente ragione al progetto e all’ispirazione liberal-socialista di Craxi. Non solo, ma in quel momento il segretario del Psi era appena uscito come presidente del consiglio da una strepitosa esperienza in termini politici, finanziari e di politica internazionale. Con quello di De Gasperi, il suo era stato il miglior governo della storia repubblicana.
Ma allora perché il paradosso? “L’eresia riformista” è molto chiaro in proposito e molto coraggioso. Il partito socialista, come e forse e peggio degli altri partiti, non era riuscito a organizzarsi dopo la fase iniziale seguita alla Liberazione in cui, come gli altri, si era identificato anche dal punto di vista finanziario con lo Stato. Salvo Morandi, che aveva almeno tentato di scimmiottare i comunisti, Nenni e tutti gli altri successori, incluso Bettino, non avevano nemmeno affrontato il problema, se non altro in base ai gloriosi ricordi di fine Ottocento, quando la vita e le risorse del partito si sviluppavano indipendentemente da tutto il tessuto sociale, culturale, sindacale, amministrativo del movimento. Il nuovo Psi era cresciuto così costosissimo ma inorganico, inerte frammentario.
Al momento opportuno, però, anche Craxi arrivò orgoglioso ma trafelato all’appuntamento col destino, forse anche (secondo il sottoscritto) perché colpito da un fatale aggravamento del diabete. Abbandonò l’idea della Grande Riforma, per esitare tra una difficile riappacificazione con la Dc e un disegno di Unità socialista che i comunisti (esclusi i “miglioristi”) interpretavano come la brutale annessione di un “leader” che Berlinguer non aveva esitato a definire, follemente, un pericolo per la democrazia.
Il suo storico discorso alla Camera, in cui chiamava tutti i partiti all’ammissione delle sue stesse colpe, rimase come un documento di coraggio e di dignità, ma non lo salvò dal naufragio che egli aveva involontariamente affrettato presentando i comunisti all’Internazionale socialista e rinunciando ad un turno elettorale che avrebbe potuto salvare noi e annichilire le liste del Pci.
Queste erano destinate a ridursi gradualmente fino a scomparire nel travestimento del Partito democratico, ma Bettino era condannato a morire in esilio e noi socialisti a sopravvivere soltanto come una testimonianza inalterabile di fedeltà e di struggente dolore.